Qualche riflessione sul tema del maestro unico e del tempo-scuola
Contributo di Lorena Peccolo - (Download documento)
Caro Massimo,
ho letto con attenzione e interesse le tue riflessioni perché mi ci sono completamente ritrovata. Le questioni che poni e il punto di vista da cui porle ad analisi sono, io credo, non solo corrette ma soprattutto di responsabilità nel modo in cui chiedono confronto e riflessione costruttiva.
Ebbene è proprio perché le condivido che continuo a chiedermi come sia possibile che non sia sorto un processo, interno alla scuola e all’esterno nella società civile, di franca discussione sul fare scuola e le condizioni che richiede ecc.
Al ministro che ha posto la questione scuola in termini di tagli è stato risposto ovviamente in termini di “difesa” di tipo sindacale; alla dichiarazione che 24 ore e un docente bastano si è reagito con la difesa e perfino la mitizzazione del tempo pieno e del team perché ne derivava ovvia delegittimazione, come se il fare scuola fino ad ora fosse stato sperpero.
Siamo entrati in un vicolo cieco di contrapposizioni che non possono che essersi irrigidite.
A questa iniziale contrapposizione si è poi aggiunto un sistema di attuazione e di “regolamentazione” che ha aggiunto molte incertezze e dunque fatiche di gestione, che hanno di nuovo impedito di investire attenzione ed energie sulle riflessioni e sulle elaborazioni.
La confusione sui modelli di possibile domanda 24 – 27 – 30 – 40 e i modelli di offerta: cosa viene prima?
Se ad esempio ci saranno 10 domande di 24 o 27 ore e 150 domande di 30 o 40 ore come si risponderà nella determinazione degli organici e nella formazione delle classi?
Pare che la determinazione dell’organico sarà fatta secondo i parametri: 2 docenti per le classi a tempo pieno e 27 ore di docenza per il resto delle classi; resterà alla scuola il compito di verificare le domande delle famiglie e riportarle ad omogeneità di tipologie e definire il tempo scuola delle singole classi che va a formare.
Ma allora che senso ha aver dato alle famiglie tutto questo ventaglio di scelta?
Il fatto che ci si possa trovare con domande di 40 ore a cui non si potrà rispondere potrebbe creare seri problemi: come si farà in così poco tempo a definire un piano dei servizi con l’ente locale che ha ovviamente limiti di tipo economico.
Nel caso si ricorra al pagamento del servizio da parte delle famiglie, avremo sul territorio scuole con il servizio mensa gestito da docenti e scuole con il servizio mensa gestito da personale assunto da non si sa ancora bene chi e pagato dai genitori?
Il ministero inoltre non ha mai preso in considerazione i dirigenti come interlocutori per il governo del processo in atto, siamo solo quelli che rincorrono le voci e i documenti provvisori e che devono immaginare come gestire nel proprio contesto le disposizioni che arrivano all’ultimo momento o perfino oltre il tempo utile.
Possibile che i regolamenti non siano ancora ufficiali?
Possibile che la circolare delle iscrizioni arrivi così a ridosso delle azioni che le scuole devono mettere in atto?
Possibile che le indicazioni sul voto di comportamento (per quanto riportino principi formativi già ben presenti ai dirigenti più accorti) arrivino quando ormai si stanno facendo gli scrutini e i docenti hanno già concordato o non cordato linee comuni?
La faccenda del docente unico poi mi pare sia stata una superficiale esca per avere il consenso dell’opinione pubblica.
Diamo alle scuole il loro organico e che se lo gestiscano in autonomia e che rispondano del processo formativo unitario che mettono in atto.
Personalmente ritengo che sia un dato di fatto che i nostri docenti si sono specializzati in un ambito piuttosto che nell’altro e che quello che conta è la loro capacità di lavorare come gruppo di professionisti con un progetto unitario di scuola che è la condizione di un progetto unitario di formazione degli alunni.
Abbiamo visto in questo periodo che non sono in prevalenza i docenti migliori ad aspirare a essere unici, ma quelli che non vogliono lavorare con gli altri e che vorrebbero sottrarsi agli impegni di una progettazione collegiale, che pure è una condizione indispensabile per la qualità della scuola in qualsiasi modello.
L’eliminazione tout court delle compresenze svilisce gli insegnanti che, sebbene non sempre ne facciano buon uso, lo riconosco, però hanno in quella risorsa concentrato le azioni innovative; alla discussione e alla valutazione sul loro impiego si è sostituita la loro eliminazione, ne restano penalizzati i docenti migliori; davvero la difesa del tempo mensa ai docenti è stata una conquista se il costo è la perdita delle compresenze?
Non valeva la pena studiare modelli di tempo sociale che integrasse il tempo dell’istruzione, come avviene nel resto dell’Europa e costruire il passaggio ad altre forme organizzative del tempo scuola con modalità condivise e risorse chiare?
Pare che al tempo pieno siano confermate le compresenze come dotazione di istituto, mentre spariranno dal resto dei modelli di tempo scuola: questo rassicura i docenti del tempo pieno, ma non dovrebbero esserci dei criteri comuni per definire le esigenze di articolazione flessibile dei gruppi classe, indipendentemente dal numero ore di scuola e dall’unicità o pluralità dei docenti?
Infine sì, avremmo dovuto studiare e confrontarci con i sistemi europei, costruire un sano decentramento per poter portare processi di critica del nostro sistema e delle mitizzazioni su cui si è irrigidito bloccando l’innovazione.
E penso soprattutto alla valutazione dell’insegnamento come cultura che ci manca e che è condizione per introdurre la valutazione dei docenti, perché porta la scuola ad assumere la responsabilità del suo progetto, in cui si inserisce la responsabilità individuale.
È sotto gli occhi di tanti di noi che:
- nella scuola ci sono persone capaci e competenti che non si riesce veramente a valorizzare con adeguati compensi economici;
- non si può avere tanti docenti pagati male: prima o poi si dovrà decidere per il pagarli meglio e chiedere che diano conto di come operano;
- il tempo pieno non è quella continua innovazione e attivazione che aveva all’inizio: le classi spesso operano al chiuso con una coppia di docenti che non apre agli altri facilmente;
- le compresenze non sono sempre un progetto di organizzazione flessibile delle classi, la condizione per articolare didattica laboratoriale e apprendimento attivo, per definire obiettivi mirati su cui si tiene il monitoraggio e si fa verifica;
- è sempre più presente la corsa alle risorse aggiuntive: il volontario per quel bambino là, il mediatore per quello là, l’assistente educatore per quel bambino anche se non presenta disabilità ma ha problemi e il comune deve provvedere ….logiche che non mirano alla riorganizzazione della gestione della classe e del lavoro per una vera inclusività e che frammentano gli interventi;
- la complessità del fare scuola è tale che richiede tempi e modalità di lavoro tra docenti ben più strutturati e finalizzati di quanto non lo siano nelle routine delle riunioni di oggi; invece che valorizzare il lavoro collettivo i collegi tendono a deliberare al ribasso (vedi le fatiche nelle scuole per sostenere attività di formazione che coinvolga tutti);
- credevamo di aver realizzato sistemi di valutazione formativa, cultura della cura del processo di insegnamento-apprendimento e appena sono stati reintrodotti i voti non pochi docenti hanno tirato fuori la voglia di semplificazione totale, se non perfino la voglia rivendicativa. Che ne è della certificazione delle competenze, dell’attenzione ai processi, della valutazione autentica, dell’autovalutazione degli alunni e della metacognizione?
- i dirigenti che vogliono essere leader educativi, che entrano nei processi di elaborazione culturale delle loro scuole, devono mettere tempo, pensiero, energie, sensibilità incredibili, risorse che non tutti abbiamo o possiamo contare di avere all’infinito; si ha cioè la sensazione che le energie che si devono mettere in campo siano sproporzionate rispetto agli esiti che si ottengono e per avere uno sviluppo pari a 10 devi lavorare per 100. Sentiamo la fatica dei condizionamenti sindacali su aspetti in cui non dovrebbero esserci, la fatica del processo decisionale degli organi collegiali, la resistenza che i singoli oppongono a scapito dell’interesse comune, con un ruolo direttivo che è continuamente messo alla prova;
- non è ancora diffuso un vero sistema di valutazione all’interno che sia in grado di rendere efficace il sistema di valutazione esterno quando mai arriverà davvero.
Se non si conquista considerazione nella società a noi vicina e più lontana rischiamo di sentire delegittimazione che limita e sconforta ogni intento di trasformazione e di impegno.
Credo insomma che ci debbano essere date le condizioni di governo della scuola perché si possano sviluppare le alleanze con i nostri docenti e tra i docenti, perché questo è un momento di riflessione e di ridefinizione della scuola e dei suoi riferimenti.
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