Editoriali

Ci dividono poche ore dall’avvio dell’anno scolastico 2017/18 e la situazione funzionale delle scuole della Lombardia presenta livelli di emergenza tali da non poter essere sottaciuti, né lasciati alla sola iniziativa del Dirigenti scolastici, ai quali non si può chiedere di risolvere da soli ogni problema dopo che si è fatto di tutto per sottrarre loro concreti strumenti di gestione.

Era inevitabile che questo accadesse, dopo che l’accordo nazionale sulla mobilità ha fatto saltare il vincolo di legge della triennalità degli incarichi e dopo che si è lavorato perché l’istituto della chiamata per competenze rientrasse, di fatto, nell’alveo delle vecchie procedure di nomina da parte dell’amministrazione scolastica in base a graduatorie e punteggi. A questo si aggiunge, per completare il quadro, il nuovo massiccio ricorso agli istituti contrattuali dell’assegnazione provvisoria e delle utilizzazioni, nati per fare fronte a situazioni straordinarie e oggi abbondantemente abusati, che permetteranno per la seconda volta di svuotare una parte consistente dell’organico dell’autonomia appena costituito. Il quadro generale che ne deriva è quello di una grave emergenza nella copertura degli organici delle scuole, con la conseguente necessità di fare ricorso massiccio a supplenze annuali sulla base di graduatorie d’istituto in fase di ripubblicazione, con l’inevitabile coda di ricorsi, correzioni, aggiustamenti, attesa per la pubblicazione definitiva e con il conseguente balletto nelle classi delle supplenze provvisorie in attesa dell’avente diritto. E pensare che le graduatorie dovevano sparire già dal 2007, che le supplenze dovevano essere ridotte al minimo e che i docenti dovevano essere reclutati in funzione delle esigenze del progetto educativo della scuola! Povera legge 107, quale triste destino ti è toccato!

Gli uffici di segreteria presentano in numerose situazioni condizioni altrettanto allarmanti. Quanti posti di DSGA sono effettivamente coperti dal titolare e quanti incarichi saranno assegnati ad assistenti amministrativi, ammesso che vogliano accettarli anche se godono della seconda posizione economica? E quanti posti di assistente amministrativo assegnatario di funzioni superiori saranno effettivamente rimpiazzati da personale effettivamente preparato a svolgere le funzioni attinenti al profilo? Si ha la netta sensazione che a livello politico ed amministrativo non si abbia una precisa cognizione della complessità che la gestione dei servizi generali ed amministrativi di una istituzione scolastica oggi esprime, altrimenti non si resterebbe insensibili di fronte allo svuotamento delle segreterie di tante scuole. Possibile che non si capisca che non basta più occupare dei posti quali che siano, ma che occorrono livelli di professionalità adeguati ai compiti da svolgere?

In Lombardia il tutto sarà accompagnato da una nuova massiccia assegnazione di 242 reggenze (per il momento), in modo che i Dirigenti scolastici saranno costretti ad affrontare e a gestire non una ma due situazioni di emergenza, con tutto quello che ne consegue. Intanto il regolamento per il nuovo concorso continua ad essere palleggiato dal MIUR al MEF, dal Consiglio di Stato alla corte dei Conti, che non hanno fretta in quanto la burocrazia ha i suoi ritmi canonici e non esiste possibilità di scalfirli.

Non ci sfugge, è bene chiarirlo, il fatto che anche alcuni uffici regionali siano stati sottoposti ad un lavoro straordinario nel periodo estivo, ma anch’essi troppo spesso sono condizionati e vincolati da situazioni che trovano origine negli accordi nazionali. D’altra parte l’evidente revival di centralismo ministeriale e di concertazioni nazionali non possono avere altro effetto che quello di demolire i resti dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, ridotta ormai a poca cosa, e di comprimere la stessa iniziativa delle strutture amministrative territoriali, costrette in buona parte ad eseguire gli ordini di viale Trastevere. La conseguenza diretta è che il sistema, la cui funzione primaria dovrebbe essere quella di garantire il supporto all’autonomia delle scuole, segue tutt’altre logiche e tutt’altre priorità, che poco o nulla hanno a che fare con i bisogni reali delle scuole, con i diritti degli studenti e delle famiglie, con la qualità del servizio scolastico erogato.

Malgrado tutto questo il primo settembre si riuniranno i collegi docenti e il 10 settembre le scuole accoglieranno alunni e studenti nel modo migliore possibile, facendo finta che tutto si svolga nella più perfetta normalità. Ma sarà una specie di miracolo. Sarebbe ora che qualcuno prestasse ascolto si fermasse a riflettere sul livello d’impegno e di sacrificio che tutto questo, nelle condizioni attuali, richiede.

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Dopo aver denunciato in un precedente editoriale ritardi e retromarce nell’avvio della procedura di valutazione dei Dirigenti scolastici, siamo costretti a ritornare sull’argomento per mettere in guardia rispetto ad ulteriori fraintendimenti che nel frattempo sono intervenuti. Ci riferiamo ovviamente alla situazione nazionale, pesantemente gravata dal tentativo di spostare indietro le lancette dell’orologio e di smontare pezzo dopo pezzo le prerogative che il D.lgs.150/2009 e la Legge 107/2015 hanno negli ultimi anni attribuito ai Dirigenti scolastici, che si vogliono invece ricondurre all’antica condizione di “figli di un dio minore”. Ci riferiamo anche alla situazione regionale, ed in particolare al recente aggiornamento del Piano regionale della valutazione e alle ipotesi di check-list, girate in alcune riunioni di ambito, che i nuclei di valutazione dovrebbero utilizzare per verificare l’apprezzamento dei Dirigenti scolastici nell’ambito del loro contesto ambientale.

La situazione nazionale potrebbe essere semplificata in questo modo: l’Intesa del 30 novembre 2016, che mira ad intaccare alcuni capisaldi del D.lgs. 165/2001 e l’Accordo politico del 29 dicembre sulla mobilità del personale docente, e la conseguente ipotesi di CCNI, stanno per “cambiare verso” a quella ventata di novità rappresentata dal documento su La Buona Scuola del settembre 2014 e dalla Legge 107/2015 che ne è derivata. La nuova contiguità tra Governo e alcune confederazioni sindacali, perseguita dal ministro Fedeli come dal ministro Madia, sta spegnendo una dopo l’altra le speranze accese da una spinta riformatrice che era stata capace di tener testa ad una tenacissima difesa dell’ancien régime e della vecchia commistione tra amministrazione e sindacato di categoria. Questo ritorno al passato contiene una furia iconoclastica che non si ferma neanche di fronte a quella gerarchia delle fonti che vede nella legge e non nel contratto collettivo la garanzia dei diritti dei cittadini e il presidio dell’interesse generale. Ci vorrebbero convincere che i diritti dei lavoratori vengono prima dei diritti dei cittadini!

È inevitabile che, in questo nuovo clima, il ruolo del Dirigente scolastico subisca l’attacco più pesante, in quanto emblema di un cambiamento che, al posto dei falsi miti della collegialità (da sempre utilizzata per ingabbiare l’azione dei Dirigenti), aveva finalmente posto l’accento sulla necessità di responsabilizzare il sistema scolastico, attraverso una chiara delimitazione dei ruoli, una pianificazione dell’offerta formativa fondata sull’autovalutazione e sugli obiettivi di miglioramento, attraverso l’organico dell’autonomia e meccanismi di reclutamento che mettevano in relazione la domanda con l’offerta e garantivano una continuità didattica su almeno un triennio, attraverso una prima forma di riconoscimento delle migliori professionalità. Ma se questo disegno di ritorno al passato dovesse essere portato a compimento e se una parte consistente delle prerogative assegnate al Dirigente scolastico dovessero essere ricondotte ad un disegno cogestionario con Collegio docenti e RSU che senso avrebbe più un procedimento di valutazione? Che cosa andrebbe a valutare: il livello di acquiescenza e la disponibilità a mediare fino a raggiungere il livello di piena soddisfazione di personale e parte sindacale? Noi abbiamo sempre pensato, e continuiamo a credere, che il ruolo del Dirigente scolastico sia un altro, che si identifichi con il ruolo di garante dell’interesse generale e del principio di legittimità, che debba tutelate i diritti degli studenti e delle famiglie ed esperire tutte le strategie possibili per rendere la qualità del servizio scolastico sempre più adeguato ai bisogni degli utenti della scuola.

È su questa base che continua ad avere senso un sistema di valutazione della performance del Dirigente scolastico. Se le regole del gioco, oggi sancite da una legge dello Stato, dovessero cambiare non avrebbe più senso parlare di valutazione, l’operazione si ridurrebbe ad un inutile ed ipocrita gioco di ruolo, dal quale potrebbero essere penalizzati proprio i Dirigenti scolastici più fedeli alla legge e meno predisposti a chinare la testa.

                A livello regionale si è proceduto da pochissimi giorni ad un aggiornamento del Piano regionale della valutazione di cui non è affatto chiara la logica, non avendo l’amministrazione provveduto a fornire la dovuta informazione ai rappresentanti di categoria. Il Decreto direttoriale fa riferimento ad una Nota 2131 del 28 febbraio 2017, emanata dalla Direzione Generale per gli ordinamenti, non rintracciabile neanche sul sito del MIUR e quindi non consultabile, anche se il dovere di trasparenza attiene a tutte le pubbliche amministrazioni. Ne consegue, comunque, che i sette obiettivi regionali, precedentemente assegnati ai dirigenti, vengono ora suddivisi in:

  • Un obiettivo per le scuole del primo ciclo, declinato in traguardi e indicatori
  • Un obiettivo per le scuole del secondo ciclo, declinato in traguardi e indicatori
  • Cinque obiettivi per tutti i gradi d’istruzione declinati in traguardi e indicatori

Non conoscendo le motivazioni di tale scelta, chi scrive, come tutti i Dirigenti scolastici che hanno ricevuto il Piano aggiornato sulla loro posta elettronica, può limitarsi a formulare alcune supposizioni, che però complicano e non semplificano il quadro di riferimento all’interno del quale opereranno i Dirigenti, nelle vesti di oggetto di valutazione, e i Nuclei, nel ruolo di soggetti di valutazione.

La Direttiva n. 36 del 18 agosto 2016, all’art. 10, comma 2, lettera a), dichiara che il Piano regionale contiene “eventuali obiettivi definiti dal Direttore con riferimento al contesto territoriale”. È contemplato dunque un passaggio nel quale il Direttore Generale dell’USR valuta se sia o meno opportuno inserire nel Piano degli obiettivi regionali in aggiunta a quelli nazionali e d’istituto e in realtà alcuni Uffici regionali non hanno introdotto obiettivi o li hanno ridotti al minimo. Questo per dire che gli obiettivi regionali avrebbero potuto anche non essere assegnati, con ciò sottolineando che per la Direttiva ministeriale non costituiscono il nocciolo duro dell’azione valutativa, che invece va identificata con gli obiettivi strategici di un istituto scolastico, desunti da un articolato Rapporto di autovalutazione e posti a riferimento del Piano di Miglioramento e di un POF proiettato su un triennio di lavoro. Questa non è soltanto la convinzione dell’ANP, è anche quanto è stato sostenuto nei seminari di formazione che sono stati organizzati sull’argomento. Le scuole d’altra parte sono una diversa dall’altra, per questo è stato affermato il principio costituzionale dell’autonomia scolastica; applicare ai Dirigenti obiettivi decontestualizzati e uguali per tutti irrigidisce ciò che per natura è flessibile e articolato.

Un Dirigente scolastico, anche il più bravo e competente, non può neanche tenere sotto controllo un numero esagerato di obiettivi, soprattutto quelli che non scaturiscono dal contesto del suo istituto, mentre ha il dovere di porre la massima cura nel mettere in campo tutte le azioni che possano orientare il personale scolastico verso il perseguimento degli obiettivi d’istituto, che dovrebbero produrre un incremento qualitativo del servizio scolastico e assicurare ad alunni e studenti più favorevoli condizioni di apprendimento e di successo formativo.

Calare dall’alto, e a marzo inoltrato, la declinazione dei sette obiettivi regionali in traguardi e indicatori può indurre a pensare che ai Dirigenti scolastici e ai Nuclei di valutazione si voglia indicare che questi diventeranno il vero “oggetto” della valutazione, tanto più che sono accompagnati da indicatori utili a misurare il livello di conseguimento dell’obiettivo stesso. Ma allora, tutto il lavoro che i Dirigenti stanno dedicando ai loro obiettivi d’istituto come sarà considerato? E quanto peserà sulla valutazione complessiva?

Si tratta di interrogativi sostanziali, a cui sarebbe bene dare una risposta chiara e definitiva, anche perché i Dirigenti scolastici non hanno il tempo di rincorrere indicazioni che si contraddicono tra loro. In questa fase, già appesantita dalle manovre restauratrici in atto, c’è bisogno di chiarezza e di essenzialità, tutto il resto fa danno.

Un’ultima riflessione la meritano le indiscrezioni, di cui si è parlato in alcune riunioni territoriali, in merito agli strumenti che si vorrebbero usare per valutare il livello di apprezzamento di un Dirigente scolastico all’interno del suo contesto. Poco conta che la valutazione di tipo “reputazionale” incida per il 10% sulla valutazione complessiva. Il problema non è il “peso” è il “come” e, cioè, l’uso che si intende fare dello strumento predisposto. Il fatto che circolino check-list da utilizzare tra docenti, non docenti e studenti senza preoccuparsi della delicatezza della questione espone la procedura stessa a enormi rischi. C’è un modo intelligente e utile di interpellare figure di riferimento appartenenti alle diverse componenti e ai principali stakeholder del territorio, ma ci può essere anche un modo pericoloso e irrispettoso di dare in pasto il Dirigente al gossip d’istituto, soprattutto laddove la serietà e il rispetto delle leggi e delle regole potrebbero essere scambiati per rigidità e, peggio, per autoritarismo.

Dal momento che, per lunga esperienza personale e associativa, sappiamo che queste deformazioni colpiscono i Dirigenti scolastici più impegnati e coerenti, che finiscono per essere considerati scomodi, sentiamo il dovere di chiedere al Direttore Generale, al Coordinatore regionale dei Dirigenti tecnici e a tutti i Coordinatori dei Nuclei di valutazione che opereranno in Lombardia che si rifugga dalle improvvisazioni e dalle semplificazioni e che si utilizzino gli strumenti di cui saranno dotati con tutta l’accortezza e la misura necessaria, rifiutando a priori che la valutazione, pensata – è bene non dimenticarlo mai - per valorizzare la professionalità dei Dirigenti scolastici, si trasformi in una cosa diversa, e finisca per adeguarsi alla deriva di chi ha interesse a sostenere i modelli del preside-sceriffo, del preside-podestà o, peggio, della presidenza come centro di malaffare. Ci auguriamo che ciò non accada e comunque non staremmo a guardare.

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L’avvio, per quanto rallentato ed incerto, del sistema di valutazione dei Dirigenti scolastici ci induce a riprendere e rilanciare alcune riflessioni che sono già state oggetto degli otto seminari di formazione che l’ANP ha organizzato nei mesi scorsi in varie aree della Lombardia, che meritano, comunque, di essere aggiornate alla luce dei più recenti accadimenti ministeriali.

Sappiamo bene che il tema della valutazione è sempre stato oggetto di una particolare attenzione da parte di docenti ed esperti, anche quando era limitato soltanto all’area degli apprendimenti. Ci si è spesso divisi e scontrati nei decenni passati tra diverse aree di pensiero. È facile che le divisioni si ripropongano nel momento in cui cambia e si personalizza l’oggetto dell’azione valutativa. Sarebbe pertanto auspicabile, come raccomandazione iniziale, che dopo aver versato fiumi di parole e dopo aver impegnato infinite ore nei corsi di formazione non si ricominci da capo come se fossimo sempre all’anno zero.

Per evitare che questo accada pensiamo che possa tornare utile riprendere un ragionamento su alcuni passaggi e dichiarare in merito il nostro punto di vista.

1. Definire il campo della valutazione

Il comma 93 della legge 107/2015 ha individuato chiaramente quali sono i criteri che  debbono orientare la valutazione dell’operato di un Dirigente scolastico. I cinque criteri definiti dalla norma sono stati successivamente rielaborati dalla Direttiva n. 36 del 28 agosto 2016, dove sono stati definiti gli obiettivi nazionali della procedura di valutazione. I cinque criteri del comma 93 sono stati rielaborati in quattro obiettivi nazionali:

  • assicurare la direzione unitaria della scuola, promuovendo la partecipazione e la collaborazione tra le diverse componenti della comunità scolastica, con particolare attenzione alla realizzazione del Piano triennale dell’offerta formativa;
  • assicurare il funzionamento generale dell’istituzione scolastica, organizzando le attività secondo criteri di efficienza, efficacia e buon andamento dei servizi;
  • promuovere l’autonomia didattica e organizzativa, di ricerca, sperimentazione e sviluppo, in coerenza con il principio di autonomia delle istituzioni scolastiche;
  • promuovere la cultura e la pratica della valutazione come strumento di miglioramento della scuola, anche attraverso la valorizzazione della professionalità dei docenti.

In sede di definizione della procedura e di messa a punto degli strumenti da utilizzare i quattro obiettivi nazionali, ai quali vanno aggiunti (eventuali) obiettivi regionali e gli obiettivi riferiti alla pianificazione strategica del singolo istituto, sono stati ulteriormente rielaborati, nel senso che sono stati accorpati in una prima macro-dimensione, che peserà sulla valutazione complessiva per il 60%: Direzione  unitaria della scuola (lettera e del comma 93), Contributo al miglioramento del successo formativo degli studenti (lettera d) e Competenze gestionali (lettera a). Una seconda dimensione (peso del 30%) riguarda la Valorizzazione dell’impegno e del merito professionale del personale (lettera b). La terza dimensione riguarda infine l’Apprezzamento della comunità professionale e sociale (lettera c), cui è attribuito un peso del 10%.

Il percorso appare abbastanza contorto, perché evidentemente ci hanno messo le mani più persone, ma rimane comunque una coerenza di fondo con il dettato del comma 93. Resta chiaro che il nucleo fondante il processo di valutazione di un Dirigente scolastico viene individuato nell’esercizio di una leadership e di competenze gestionali ed organizzative messe al servizio del successo formativo degli studenti e della qualità del servizio scolastico. Le scelte operate in Lombardia hanno prodotto un sovraccarico di obiettivi (obiettivi nazionali + 7 obiettivi regionali + gli obiettivi d’istituto) che potrebbe creare del disorientamento. A noi sembra opportuno che gli obiettivi nazionali e regionali assumano la funzione di quadro generale di riferimento e che il lavoro dei nuclei debba essere prevalentemente centrato sulle azioni che dipendono dalla diretta responsabilità del Dirigente, sulla sua capacità di governare e di monitorare i processi, sull’influenza che egli ha esercitato per il raggiungimento degli obiettivi di miglioramento del suo istituto, sulla consapevolezza che ha delle caratteristiche e delle risorse del suo contesto interno e del territorio. La valutazione formativa ci chiede, quindi,  di verificare fondamentalmente il livello di coerenza tra i tre documenti chiave che dovrebbero regolare ogni decisione presa a scuola: il Pof, il Rav e il Pdm. Sugli esiti di processo, invece, interferiscono troppi fattori esterni che non sempre il Dirigente da solo può controllare.

A questo punto la nostra riflessione va aggiornata alla luce delle ultime intese ministeriali. Proprio perché il Dirigente scolastico dovrà essere valutato per le azioni che sarà stato capace di mettere in campo nell’ambito delle sue competenze, non è accettabile che, in nome della necessità di riallacciare il dialogo con le parti sociali, si entri a gamba tesa proprio sul sistema di prerogative che la legge assegna al Dirigente scolastico reintroducendo vincoli e condizionamenti di natura collegiale e contrattuale su una materia peraltro riserva di legge e quindi inderogabile. Quando si toglie il vincolo della triennalità degli incarichi, si svuota l’istituto della chiamata diretta, si pretende di dettare criteri nazionali contrattati mettendosi sotto i piedi il principio costituzionale dell’autonomia scolastica, si ipotizza di subordinare l’assegnazione del personale scolastico ai plessi e alle classi alla contrattazione integrativa, si va a “svuotare” l’oggetto stesso della valutazione del Dirigente scolastico, che finirà per essere valutato per scelte ed azioni che non dipenderanno più dalla sua esclusiva responsabilità ma saranno il frutto di una continua, contraddittoria e snervante mediazione tra interessi generali e interessi di categoria.

A dirla tutta, ci sembra proprio che la consapevolezza nei confronti di questa prospettiva non sia chiara ancora ai più. A noi è chiarissima e lo abbiamo dichiarato, e continueremo a farlo, con voce alta e ferma.

2. Evitare gli equivoci sulle finalità della valutazione dei Dirigenti scolastici

Affrontiamo ora un secondo aspetto “sensibile” del problema, cioè la ragione stessa della procedura valutativa che è stata avviata.

L’art. 3, comma 1,  della Direttiva n. 36 del 28 agosto 2016 recita testualmente che: “Il processo di valutazione disciplinato con la presente direttiva è finalizzato alla valorizzazione e al miglioramento professionale dei Dirigenti nella prospettiva del progressivo incremento della qualità del servizio scolastico.”. Al comma 2 si aggiunge: “Il processo di valutazione promuove la partecipazione e il coinvolgimento dei soggetti interessati, anche attraverso adeguate iniziative di formazione continua…”. Si tratta indubbiamente di affermazioni importanti a cui devono fare seguito orientamenti operativi e comportamenti conseguenti.

Proviamo ora ad ampliare l’enunciato della Direttiva. Se questa è la finalità è del tutto evidente che stiamo parlando di un processo di valutazione chiaramente ispirato alla teoria della cosiddetta “valutazione formativa”, applicata più o meno coerentemente in molte scuole sui processi di apprendimento di alunni e studenti. Non si valuta per sanzionare, ma per aprire spazi di riflessione e di miglioramento sul rapporto insegnamento/apprendimento, per ripensare metodi e strategie, per attivare interventi di chiarimento, di rinforzo, di recupero. Stiamo parlando di processi di rilevante valore pedagogico-didattico che è impensabile trasferire tout court al procedimento di valutazione di un Dirigente scolastico per molteplici ragioni, ma è altrettanto chiaro che l’approccio culturale al problema non può essere diverso da quello che abbiamo enunciato.

Si valuta un Dirigente per offrirgli l’opportunità di riflettere sulla qualità del proprio lavoro, sull’efficacia delle azioni che rientrano nella sua competenza, sugli spazi di miglioramento che si possono realisticamente aprire, sulla possibilità di modulare più produttivamente l’esercizio della sua leadership all’interno e all’esterno della scuola. Al termine di un procedimento valutativo, qualunque sia il suo esito, un Dirigente scolastico deve sentirsi stimolato e motivato a fare meglio e a porsi traguardi più ambiziosi perché è stato aiutato ad individuare concreti campi di miglioramento. Per ottenere questo risultato è necessario, da un lato, che ogni Dirigente sia disposto a mettersi in gioco, e, dall’altro, che il nucleo di valutazione sappia imprimere alla sua azione una precisa impostazione “formativa” e non “ispettiva”.

Non ignoriamo, di certo, che la procedura di valutazione abbia anche una finalità “certificativa”, esattamente come avviene per la valutazione di alunni e studenti. Si tratta di un aspetto che non va ignorato, in quanto inciderà sulla retribuzione di risultato, ma che non può diventare la prima ed unica finalità da tenere presente. Quando l’unica cosa che conta è il voto, e non il processo che porta ad esso, sappiamo bene che scatta negli studenti un ricco repertorio di furbizie e di trucchetti che non migliorano di una virgola la loro performance, ma permettono loro semplicemente di farla franca col minor danno possibile. Non possiamo ridurre a questo anche il processo di valutazione dei Dirigenti scolastici; sprecheremmo tempo e lavoro che a nostro avviso andrebbero dedicati al perseguimento di obiettivi più alti.

3. Il lavoro dei nuclei di valutazione

La procedura di valutazione presenta un altro evidente lato debole, che potrebbe produrre effetti distorcenti. Ci riferiamo alle modalità con cui sono stati costituiti i nuclei di valutazione e alle modalità con cui opereranno. Noi non disponiamo del corpo ispettivo di Sua Maestà britannica e, come ormai spesso accade, siamo anche costretti a fare le nozze con i fichi secchi. Uscendo di metafora si pone oggettivamente il problema di rimpolpare i quadri dei Dirigenti tecnici, chiudendo la fase degli incarichi temporanei e tornando ad avvalersi di una seria e trasparente procedura concorsuale. Dall’altro lato dovremmo renderci conto che le persone sono anche disponibili ad impegnarsi, ma non è corretto che lo debbano fare come forma di volontariato gratuito. I coordinatori e i membri dei nuclei di valutazione sono dirigenti in servizio che devono occuparsi dei loro istituti e del loro lavoro e in più dovranno adempiere ai loro compiti valutativi.

In queste condizioni è più che probabile che il previsto coinvolgimento dei valutandi, cui abbiamo fatto cenno più sopra, risulti impraticabile. La stessa Direttiva 36 prevede che la visita del nucleo possa avvenire una sola volta nel corso del triennio e che i contatti possano essere tenuti da remoto. Questo è un aspetto evidentemente critico, soprattutto perché se la valutazione si dovesse ridurre ad una semplice verifica da remoto dei documenti della scuola andrebbe persa gran parte della sua valenza “formativa”. Bisogna inoltre aggiungere che i nuclei lavoreranno su documenti pensati ed elaborati due anni fa, che in molti casi sono ampiamente superati dalla successiva elaborazione sviluppatasi all’interno delle scuole; si rischia, insomma, di lavorare su una fotografia “vecchia”. Per evitare questo rischio è necessario trovare comunque delle forme e dei canali di confronto diretto tra nucleo e Dirigente scolastico.

Se immaginiamo, in modo particolare, l’eventualità che una valutazione annuale possa avere come esito il “mancato raggiungimento degli obiettivi”, quale fondamento potrebbe avere una valutazione del genere che prescindesse da un contatto reale con il Dirigente interessato, dalla verifica de visu del contesto nel quale egli opera, dei vincoli reali che ne ostacolano l’esercizio della leadership? I ritardi con cui si sta avviando il lavoro, le contraddizioni delle decisioni ministeriali, la scarsa chiarezza sulle indicazioni operative sono tutti elementi che concorrono verso soluzioni affrettate e confuse, che possono compromettere l’efficacia della procedura stessa e dare materia ad un possibile contenzioso.

Ci sono problemi, come gli ultimi a cui abbiamo accennato, che possono essere risolti soltanto a livello nazionale, altri che richiedono una sforzo organizzativo e di coordinamento a livello regionale e territoriale. Siamo convinti che tutti cercheranno di fare il possibile per operare al meglio. Ma se le criticità dovessero avere la meglio sulle migliori intenzioni a farne le spese sarebbero, ancora una volta, i Dirigenti scolastici. Noi chiediamo che tutti i soggetti coinvolti si adoperino affinché questo non accada.

 

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Stavamo ancora inzuppando i resti del panettone di Natale nel caffellatte del mattino, quando è arrivata, il 29 dicembre 2016, la notizia dell’Intesa tra il MIUR e le OO.SS. di comparto in tema di mobilità dei docenti per l’anno scolastico 2017/18. I peana immediatamente lanciati in rete dalle centrali sindacali ci hanno fatto intuire che era successo qualcosa di strano e di preoccupante, il comunicato-stampa del Ministro Fedeli ha cercato di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ma non ci ha sollevato dal dubbio che fosse stato commesso un grave errore politico.

In passato abbiamo spesso assistito allo smantellamento del lavoro precedentemente fatto ad ogni cambio di maggioranza politica. A volte si sono usate le ruspe, altre volte il cacciavite, ma il risultato era sempre le stesso, la distruzione iconoclastica delle opere dell’avversario politico battuto. Stavolta siamo in presenza di una novità assoluta: una rappresentante della stessa maggioranza politica che per tre interi ed impegnativi anni ha sostenuto le idee e i contenuti che erano alla base della riforma de La Buona Scuola, senza fornire un briciolo di giustificazione politica, sottoscrive un’Intesa con quelle stesse OO.SS. di comparto che per l’intero triennio hanno condotto una guerra senza limiti contro la riforma stessa, e pone le premesse perché ne vengano smantellati alcuni tra gli elementi più qualificanti. Tutto questo a distanza di appena sei giorni dall’Atto d’indirizzo concernente le priorità politiche del MIUR per l’anno 2017 (adottato il 23 dicembre 2016, con Atto AOOUFGAB, prot. n. 0000070), dove in testa a tutte le priorità viene assunto l’obiettivo di : “Proseguire nel processo di implementazione e completa attuazione della legge n. 107 del 2015”. Il compianto Ministro De Mauro ci ha insegnato che con la lingua non si può giocare e i due termini usati dal Ministro Fedeli non si prestano ad ambigue interpretazioni. Quindi, se l’Atto d’indirizzo è veritiero l’Intesa è un grave errore politico, se si giudica positivamente il contenuto dell’Intesa (“Quella siglata oggi è un’intesa a favore della scuola. Abbiamo avviato un percorso di responsabilità e serietà che mette al centro il funzionamento del nostro sistema di istruzione”, Comunicato MIUR) è l’Atto d’indirizzo a perdere ogni credibilità; tertium non datur.

Resta allora da capire le ragioni che stanno alla base di questa palese contraddizione e che hanno indotto il Governo, rappresentato dal Ministro Fedeli, a cambiare idea sulla riforma della scuola. Per quanto ci si arrovelli restano aperte due possibili risposte: a) ci si è resi conto che la riforma è sbagliata e non ha prodotto i risultati sperati; b) la maggioranza ha pagato un prezzo elettorale troppo alto e quindi vuole correre ai ripari.

La prima risposta avrebbe tutti i crismi della legittimità qualora costituisse il frutto di un attento monitoraggio degli effetti prodotti dai cambiamenti introdotti nel sistema scolastico. Dal momento che una parte consistente della riforma è legata all’attuazione delle numerose deleghe ancora in fase di messa a punto e che i primi passi sono stati rallentati dalla farraginosità di un sistema amministrativo poco aduso a gestire il cambiamento, ci sembrerebbe veramente azzardato esprimere dei giudizi fondati sulla validità delle scelte fatte prima che le stesse vadano a regime e prima di avere il tempo per registrarne gli effetti. Per fare un esempio molto concreto basterà ricordare come è andata la questione del potenziamento dell’organico dell’autonomia, sul quale le scuole avevano impostato i loro Piani dell’offerta formativa, diventati opportunamente triennali. È successo quello che inevitabilmente accade quando il cambiamento, anche quello più coraggioso, deve fare i conti con sistemi di tutele e di garanzie incrementati e consolidati nel tempo. La necessità di spostarsi dalle regioni meridionali, dove è concentrata la maggiore quantità di forza-lavoro, verso quelle centro-settentrionali, dove sono concentrate le cattedre disponibili, è stata di fatto bypassata ricorrendo a tutti gli strumenti contrattualmente disponibili per evitare la tanto deprecata “deportazione” al nord (mai termine fu più infelice!).  Si è partiti dall’istituto dell’assegnazione provvisoria su cattedre vacanti al sud (ma ce n’erano veramente?), poi si è fatto ricorso all’altro istituto dell’utilizzazione annuale non su cattedra ma su progetti, supporto all’amministrazione e via di questo passo (ma tutte queste esigenze erano reali o inventate?). Altri hanno fatto ricorso ai benefici garantiti dalla legge 104/92 per l’assistenza a familiari in situazione di disabilità, che consentono anche l’ottenimento dell’aspettativa fino a due anni. Altri ancora si sono semplicemente ammalati e lo sono tuttora. Sta di fatto che in molte scuole del centro-nord di organico potenziato è arrivato poco o nulla e che è stato difficile spiegare alle famiglie perché buona parte delle proposte contenute nei POF triennali sono rimaste inevase per l’assenza delle risorse umane che avrebbero dovuto garantirle. Ma l’errore non è nella legge 107.

L’Intesa MIUR-OO.SS. di comparto legittima quello che è avvenuto nel corrente anno scolastico, anzi, gli dà una vernice di istituzionalità in quanto è l’Amministrazione scolastica stessa a condividere l’idea che il vincolo della triennalità sul posto vada rimosso (ma come? non dovevamo garantire agli alunni e agli studenti la continuità didattica?!). È l’Amministrazione scolastica stessa a fare propria l’idea che sia restituita ai docenti la libertà di scegliersi la scuola e di non confluire negli ambiti territoriali, facendo saltare il principio di legge, sì di legge!, secondo il quale la chiamata dagli ambiti per competenze deve permettere alle scuole di individuare i docenti professionalmente più in linea con il progetto educativo che si intende realizzare. Sempre l’Amministrazione ritiene che per quello che rimarrà della chiamata per competenze si applicheranno criteri decisi a livello nazionale (un’Intesa nell’Intesa), che ovviamente saranno selezionati dal collegio docenti (e in virtù di quale principio?) e non adottati dal dirigente scolastico. Conquista che il sindacato di comparto considera la ciliegina sulla torta e che porta la sigla sindacale, nella quale il Ministro Fedeli ha a lungo militato, a dichiarare in una sua scheda di sintesi: “La “chiamata diretta” o “chiamata per competenze”, con decisioni unilaterali e autonome prese in solitudine dalla dirigenza, lascia il posto a scelte collegiali, condivise e all’insegna dell’imparzialità e della trasparenza”. Sì, avete capito perfettamente, è stata tolta la chiamata diretta dalle mani di quella banda di malfattori che sono i dirigenti scolastici, soliti agire non per il bene della scuola e dei loro alunni ma per fare favori e mestare nel torbido.

A questo punto ci sentiamo in obbligo di confermare al Governo e al Ministro Fedeli che, al di là dei Comunicati ufficiali e degli Atti d’Indirizzo, il messaggio ai Dirigenti scolastici è arrivato forte e chiaro. Proprio a quei Dirigenti scolastici che da due anni a questa parte sono stati costretti a farsi in quattro e poi in otto e poi ancora in dodici per inseguire senza un attimo di tregua, ed anche rinunciando alle ferie, tutti gli adempimenti e per dare esecuzione a tutte le procedure che permettessero alle legge 107/2015 di produrre tutti i cambiamenti attesi, nel fuoco incrociato della polemica sindacale e della riottosità di una parte consistente del personale scolastico, delle scadenze che incombevano e delle indicazioni operative che non arrivavano. La maggior parte delle cose buone realizzate in questi due anni  le si devono ai Dirigenti scolastici che non si sono tirati indietro e ai docenti che non hanno temuto di rendersi impopolari nel fare bene le cose che la legge 107 chiedeva loro venissero fatte.

Adesso che cosa succederà? Non è facile intuirlo, per più di un motivo. Ci limiteremo ad ipotizzare un paio di scenari e a formulare una riflessione di carattere giuridico: il primo riguarda il merito della riforma scolastica, il secondo rimanda alle convenienze elettorali in ballo.

Non dimentichiamo che La Buona Scuola è stata preceduta e accompagnata da un’ampia riflessione collettiva, un’occasione di certo non frequente per le politiche scolastiche del nostro Paese. Se vogliamo pensare a qualcosa di analogamente importante potremmo essere costretti a risalire al 1990 e alla Conferenza Nazionale della Scuola promossa dall’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La pubblicazione del fascicolo rosso, la consultazione pubblica che ne è seguita, l’iter parlamentare, le centinaia di audizioni, testimoniano di un iter legislativo sicuramente travagliato ma al tempo stesso espressione di concreta e vera democrazia. Nello “stato di diritto” è questo che conta e, se ci fosse ancora qualche residuo dubbio in merito, aggiungeremo che la riforma scolastica ha superato sia il rischio di un referendum popolare abrogativo, abortito sul nascere, che il vaglio della Corte Costituzionale, la quale ha sentenziato che le norme caratterizzanti, cioè quelle che contengono i principi fondamentali della Buona Scuola, sono costituzionalmente legittime (Sentenza n. 284 del 22 novembre 2016).

Comunque la si voglia guardare la risposta è sempre la stessa. Si tratta di una legge dello Stato sulla quale si è speso in prima persona l’allora Presidente del Consiglio Matteo Renzi e che ha costituito uno degli elementi portanti del programma politico del precedente Governo. Ci sembra difficile che una riforma di tale portata possa essere affondata da un’Intesa sindacale, che ha sicuramente un alto valore politico ma scarso valore giuridico. Il Governo Gentiloni, che non perde occasione per confermare la forte continuità politica con il Governo Renzi, non può voltare la testa dall’altra parte e affossare la legge 107. Questo significherebbe segare alla radice uno dei tronchi su cui è stata costruita l’ipotesi di una nuova stagione di riforme, nel cui contesto la riforma della scuola è sempre stata identificata con la leva fondamentale che poteva aiutare il nostro Paese a risalire la china della crisi.

Per quanto riguarda gli interessi elettorali in campo basterebbe osservare che certamente l’elettorato scolastico rappresenta una platea più che interessante, ma non si dovrebbe neanche commettere l’errore di sottovalutare l’opinione dei milioni di genitori che potrebbero anche rendersi conto che la “centralità” dei loro figli all’interno del sistema scolastico si è rivelata l’ennesima “bufala”, che ricomincerà la girandola dei supplenti e che il diritto all’apprendimento, tanto sbandierato, viene dopo, ma parecchio dopo, altri diritti. Una riflessione sulla materia potrebbe far scattare qualche preoccupazione in più.

E per finire la riflessione di carattere giuridico. Perché l’Intesa MIUR-OO.SS. di comparto si traduca in decisioni concrete è necessario procedere ad un CCNI che dia valore di norma all’accordo. Ora, è bene ricordare che ogni testo contrattuale è sottoposto ad una certificazione di legittimità da parte di un organo di controllo e che una norma di legge generale, adottata nel 2009, ha assegnato ai testi di legge i caratteri della imperatività e della inderogabilità. Ci riferiamo, come i vertici sindacali di comparto ben sanno, all’art. 2, comma 2, del D.lgs. 165/2001 (come modificato dall’art. 1, comma 1, della legge 15/2009), che recita: “2. I rapporti di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del capo I, titolo II, del libro V del codice civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell'impresa, fatte salve le diverse disposizioni contenute nel presente decreto, che costituiscono disposizioni a carattere imperativo. Eventuali disposizioni di legge, regolamento o statuto, che introducano discipline dei rapporti di lavoro la cui applicabilità sia limitata ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, o a categorie di essi, possono essere derogate da successivi contratti o accordi collettivi e, per la parte derogata, non sono ulteriormente applicabili, solo qualora ciò sia espressamente previsto dalla legge.”. Il testo è ben noto e non richiede commenti. Altrettanto noto è il comma 196 della legge 107/2015, che recita a sua volta: “Sono inefficaci le norme e le procedure contenute nei contratti collettivi, contrastanti con quanto previsto dalla presente legge”.

Alcuni commenti sindacali che hanno accompagnato la firma dell’Intesa hanno teorizzata, in forma piuttosto spregiudicata, che l’accordo con il MIUR ha riportato al primo posto il valore della norma contrattuale e al secondo quello della norma di legge. È vero che in fase di accesa polemica in tema di riforma costituzionale sono state sostenute idee e posizioni che non avevano né capo né coda, ma con i princìpi costituzionali non è lecito giocare. Che una legge valga meno di un contratto lo può affermare soltanto una legge e, ad oggi, non ci sembra che ci siano le condizioni politiche necessarie a consentire che questo possa avvenire. Il nostro Paese ha già pagato un prezzo fin troppo alto alla convinzione che un accordo tra le parti conti più del dibattito in un’aula parlamentare tra delegati e interpreti del mandato popolare. Adesso è ora che ognuno si assuma in merito le responsabilità che gli spettano, a cominciare da chi è Ministro della Repubblica, giù giù fino ai più umili servitori dello Stato. Non è consentito a nessuno né girare la testa dall’altra parte, né ficcarla nella sabbia.       

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Dopo le preoccupazioni conseguenti a lanci di stampa, decisamente prematuri, che davano per scontato un accordo tra amministrazione e sindacati di comparto che avrebbe tradito lo spirito e la lettera della legge 107/2015, la pubblicazione, per quanto tardiva, da parte del MIUR delle Linee-guida relative al conferimento degli incarichi nelle istituzioni scolastiche ha dissipato ombre e dubbi ed ha fornito alle istituzioni scolastiche indicazioni operative pienamente rispettose della norma e del ruolo attribuito nell’ambito della riforma alla figura del dirigente scolastico.

L’ANP ha giustamente valutato il cambiamento introdotto dalla legge, ed oggi confermato dalle Linee-guida, una “rivoluzione copernicana”, in quanto per la prima volta le competenze e la professionalità subentrano, nella individuazione dei docenti cui affidare gli incarichi, ai criteri dell’anzianità, del punteggio, della collocazione in graduatoria. Al tempo stesso vengono riconosciuti come prioritari requisiti e criteri che riconducono direttamente ai documenti che incarnano il principio costituzionale dell’autonomia scolastica, quali il Piano dell’offerta formativa triennale, il Rapporto di autovalutazione, il Piano di miglioramento, a conferma del forte connubio tra pianificazione strategica e valutazione di sistema, che è alla base di un’autonomia non solo formale ma sostanziale.

Resta il rammarico, che non può essere sottaciuto, per il fatto che una novità di tale portata venga introdotta in tutta fretta, a danno di dirigenti scolastici già provati da un anno scolastico molto impegnativo e a scapito del loro periodo di ferie e di riposo. Detto questo, è bene anche precisare che qualche apprendista stregone ha pensato bene di lanciare l’ipotesi di un’obiezione di coscienza da parte dei dirigenti scolastici, con conseguente rinvio della chiamata al prossimo anno. Sappiamo bene che il “genio guastatori” è sempre all’opera, ma confidiamo anche sulla serietà e sulla consapevolezza di una categoria che comincia ad essere riconosciuta per il valore civile e sociale del suo impegno. Il rinvio di un anno e l’obiezione di coscienza è l’ultima carta che si sta tentando di giocare in una partita per la quale era stato prefigurato tutt’altro esito, puntando sulla possibilità che in un anno tutto possa essere rimesso in discussione. Ma i dirigenti scolastici sono consapevoli di non potersi sottrarre ad un obbligo di legge che attiene alla responsabilità dirigenziale e saranno poco disponibili a farsi abbindolare da proposte che hanno il solo fine di mestare nel torbido e di boicottare una riforma che sta cambiando il volto del sistema scolastico nazionale.

È anche necessario fare alcune considerazioni su quanto è accaduto in questi giorni di metà luglio e a quanto continua ad essere detto e scritto in merito ad una vicenda rocambolesca, che ha visto improvvisi rovesci di scena, giustificati da una parte e dall’altra con dichiarazioni che non hanno svelato la verità fino in fondo. Il fatto è che l’ipotesi di accordo, poi saltata, tradiva il dettato e lo spirito della legge 107/2015 e soprattutto violava – e sicuramente non avremmo esitato a denunciarlo – il principio affermato dall’art. 2, comma 2, del D.lgs. 165/2001, secondo il quale: “Eventuali disposizioni di legge, regolamento o statuto, che introducano discipline dei rapporti di lavoro la cui applicabilità sia limitata ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, o a categorie di essi, possono essere derogate da successivi contratti o accordi collettivi e, per la parte derogata, non sono ulteriormente applicabili, solo qualora ciò sia espressamente previsto dalla legge".

La lettura attenta e approfondita dei commi da 79 a 82 ci conferma che la legge non contiene alcun accenno alla possibilità di demandare alla contrattazione la definizione delle regole in materia di chiamata dei docenti. Ma, si sa, succede abbastanza spesso che le leggi si preferisca “interpretarle” anziché “applicarle”, a seconda delle convenienze. Solo che stavolta qualcuno si è accorto che rischiava di perdere la faccia e che si era presa una china molto pericolosa, che per l’ennesima volta avrebbe preso a calci l’autonomia scolastica e avrebbe restaurato, sotto mentite spoglie, i vecchi riti dei punteggi, delle graduatorie, dell’anzianità.

Pubblicate le Linee-guida la reazione sindacale non si è fatta attendere e merita un minimo di commento, soprattutto perché ci interessa sottolineare un registro comunicativo che si alterna tra l’ingiuria e la minaccia. Uno scenario non del tutto nuovo, ma che vogliamo non passi inosservato. Partiamo dall’ingiuria: è il segretario generale della FLC-CGIL, Domenico Pantaleo, ad inserire in una sua sdegnata dichiarazione titolata [non sappiamo se per volontà dell’interessato o dell’agenzia che l’ha pubblicata] “Si è rotto per colpa del MIUR, vogliono presidi despoti”, e poco più avanti si arriva alla minaccia, nel senso che il sindacato si impegna a “"tutelare in ogni forma possibile i diritti dei docenti e la loro dignità". Non è da meno il segretario generale della CISL Scuola, Maddalena Gissi, che in un intervista prima dichiara che “i dirigenti non possono essere preparati a svolgere questo ruolo di management puro”, dandone la responsabilità alle molestie del MIUR e non all’opposizione del fronte sindacale e poi aggiunge “Saremo vigili. Obiettività e chiarezza nella scelta dei docenti sono requisiti su cui non transigiamo. Con o senza contratto bilaterale, siamo pronti a tutelare nelle sedi opportune il personale docente che dovesse risultare danneggiato.”. Su altre agenzie abbiamo letto di appelli all’ANAC affinché blocchi una procedura che incita alla corruzione. Nelle ultime ore Domenico Pantaleo è arrivato a consigliare ai dirigenti scolastici di autotutelarsi inserendo nell’Avviso il solo requisito dell’anzianità.

I dirigenti scolastici, descritti irresponsabilmente da qualche mese a questa parte come una categoria di potenziali malavitosi, sono avvertiti, alla prima valutazione discrezionale che non tenga conto dell’anzianità o di altri parametri validati dal fronte sindacale partirà il ricorso.

L’ultimo comunicato unitario dei sindacati di comparto, di conferma di questa linea, è datato 22 luglio, e il suo titolo non si presta a dubbi: “Profili di illegittimità sono già stati individuato dagli uffici legali – Sindacati scuola: ricorso alla giustizia amministrativa”.

La risposta più sbagliata a questa campagna di intimidazione sarebbe quella di piegarsi al ricatto circa le conseguenze che potrebbero derivare da un eventuale ricorso. È un’esperienza che abbiamo già fatto in occasione dell’applicazione delle modifiche introdotte nel 2009 al D.lgs. 165/2001 e dalla quale siamo usciti con il totale riconoscimento del ruolo del dirigente scolastico. Non ci teniamo a ripeterla, ma neanche ci tireremmo indietro se costretti. Resta il fatto che i dirigenti scolastici non meritano di operare sotto ricatto, non meritano neanche la campagna di disprezzo e di odio che è stata orchestrata sui media, vanno rispettati per il loro ruolo e per il contributo che quotidianamente danno al funzionamento del sistema. Basterebbe soltanto ricordare la mole di lavoro che hanno svolto nell’anno scolastico che si sta concludendo per gestire in tempi sempre ristretti l’abbrivio di una riforma non certo di facciata.

Saremo pronti ad affrontare anche una seconda eventuale campagna di ricorsi. La prima volta i dirigenti scolastici che hanno ritenuto loro dovere applicare la legge sono stati sostenuti soltanto dall’ANP; stavolta vogliamo credere che potranno contare anche sul sostegno convinto dell’amministrazione scolastica, autrice delle Linee-guida, e dei decisori politici, autori de La Buona Scuola.

Allegati:

In questi giorni sta prendendo avvio la procedura introdotta dai commi 126-129 della legge 13 luglio 2015 n. 107, che per la prima volta consentirà di valorizzare, attraverso l’attribuzione di uno specifico compenso, il merito professionale dei migliori docenti di ogni scuola. I ripetuti tentativi di bloccare l’applicazione della norma da parte di chi da sempre si oppone all’introduzione di meccanismi meritocratici si sono dimostrati in questo caso vani, ma va messa nel conto la possibilità che anche all’interno dei comitati di valutazione, chiamati ad adottare i criteri che i dirigenti scolastici dovranno applicare, si ripropongano azioni di disturbo o di sabotaggio mirate a compromettere la regolarità della procedura.

Spetta ai dirigenti scolastici in prima persona, sia che presiedano sia che rappresentino i membri esterni, farsi carico della scrupolosa applicazione di una legge dello Stato. Lo richiede il loro ruolo “pubblico” e il rispetto per una funzione valutante che la legge attribuisce loro. È questa stessa consapevolezza che impedisce loro di considerare accoglibile la pretesa sindacale di subordinare l’assegnazione del bonus ad un’intesa con la parte sindacale. “Quod lex voluit dixit, quod non dixit noluit”, e la legge non ha previsto alcun tipo di contrattazione.

Ma ci attendiamo che anche da parte dei docenti, dei genitori e degli studenti, chiamati a far parte dei Comitati di scuola, prevalga la consapevolezza dell’alta responsabilità loro assegnata nel definire gli elementi costituenti un profilo di docente che esprima valore e che meriti quindi di essere “avvalorato”, proprio perché più direttamente connesso con i processi di miglioramento della scuola, attraverso una procedura lineare e trasparente di valutazione.

Il diritto dei nostri figli e dei nostri nipoti di poter usufruire di un servizio scolastico di qualità deve prevalere, soprattutto in un’occasione come questa, sulle logiche categoriali interessate a coprire tutto e tutti, anche a costo di nascondere la polvere sotto al tappeto. Il decisore politico ha fatto la sua parte, sostituendosi alle ambiguità e ai giochi di prestigio dei CCNL di comparto, impegnati fin dal 1995 a parlare di “valorizzazione delle capacità professionali del personale della scuola” (CCNL 4 agosto 1995, art. 77), mai tradotti in accordi applicabili nella realtà delle scuole. Adesso tocca ai Comitati di valutazione e ai dirigenti scolastici, unici soggetti giuridici riconosciuti dalla norma, fare la loro parte in totale adesione alle indicazioni della legge.

Siamo pienamente consapevoli della complessità di una procedura nuova e per molti versi “rivoluzionaria” rispetto ai riti della contrattazione d’istituto. Proprio per questo, come ANP, abbiamo investito tutte le nostre energie nella predisposizione di materiali di lavoro che potessero offrire ai dirigenti e ai comitati elementi concreti di supporto e nella pianificazione di ben otto seminari di formazione, che hanno toccato anche le realtà territoriali più decentrate della Lombardia. Abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con centinaia di dirigenti e di docenti, molti dei quali non nostri soci, che, pur consapevoli delle dimensioni del lavoro da svolgere, hanno accettato di condividere una riflessione pacata ed operativa sulle finalità della legge e sulle modalità più efficaci per attuarla. Questo confronto con la realtà di una scuola adusa più a lavorare in silenzio e a rimboccarsi quotidianamente le maniche che a protestare è stato per noi un elemento di grande conforto, perché ci ha dato la misura della disponibilità di una parte consistente degli operatori scolastici a condividere atteggiamenti di apertura nei confronti di un cambiamento ritenuto indispensabile per liberare il sistema scolastico da incrostazioni prodotte da decenni di inerzia e di resa di fronte a logiche autoreferenziali ed antimeritocratiche.

Per affrontare correttamente il tema della valorizzazione dei docenti bisogna veramente cambiare paradigma, liberarsi degli schemi di pensiero che hanno dominato il dibattito sulla scuola da quarant’anni  a questa parte e accettare un meccanismo che parla di “qualità” e di “responsabilità” e che non ha il fine di distinguere i buoni dai cattivi, ma quello di mettere ogni docente nella condizione di desiderare di essere valorizzato per la propria professionalità e di adoperarsi affinché questo si verifichi.

A tutti i membri dei Comitati e a tutti i dirigenti scolastici auguriamo di poter lavorare in questo spirito, con la serenità e la concordia necessarie e con la consapevolezza di partecipare ad un’operazione di grande rilievo per il bene della scuola.

 

Milano, 11 aprile 2016

                                                                                                          ANP Lombardia

Allegati:

L'Aran effettua annualmente, ai sensi dell’art. 46, comma 4, del D. Lgs. n. 165/2001, un monitoraggio della contrattazione integrativa, che invia al Dipartimento della funzione pubblica, al Ministero dell'economia e delle finanze, nonché ai comitati di settore. Si potrebbe pensare, a prima vista, che si tratti di uno dei tanti adempimenti burocratici destinati essenzialmente a consumare carta o a produrre file. Invece, una volta tanto, il documento in questione, che si riferisce a consuntivo all’anno 2014 (ma sono consultabili anche i due anni precedenti) costituisce un rapporto in cui viene verificata l'effettività e la congruenza della ripartizione fra le materie regolate dalla legge, quelle di competenza della contrattazione nazionale e quelle di competenza dei contratti integrativi, nonché le principali criticità che emergono in sede di contrattazione collettiva nazionale e integrativa.

Ed è esattamente questo il punto che ci interessa: l’indice di coerenza della contrattazione integrativa d’istituto, argomento sul quale, come ANP, abbiamo investito centinaia di ore di formazione, riempito pagine di articoli e di raccomandazioni, impegnato ore ed ore di consulenza, richiamando ripetutamente i colleghi all’osservanza della legge e della giurisprudenza che più volte si è espressa in merito. La disponibilità di una mole ingentissima di contratti integrativi mette i tecnici dell’ARAN nelle condizioni di valutare la congruenza degli articolati contrattuali con le norme di legge e di fornire un riscontro, avvalorato dall’essere l’ARAN un ente terzo al di fuori delle parti in questione, che permette di rilevare purtroppo il permanere di una molteplicità di errori.

L’indagine dell’ARAN ha interessato un campione di 200 istituti (analisi effettiva di 196 contratti). La prima specificità che emerge nel comparto è dovuta al fatto che la contrattazione non è concentrata esclusivamente sulle materie economiche.

L’ARAN, per comprendere meglio il fenomeno, ha suddiviso le materie riscontrabili all’interno dei contratti integrativi analizzati in cinque categorie:

A.Materie legittimamente contrattabili in base al CCNL e alla legge;

B.Materie previste come trattabili dal contratto nazionale, ma la cui trattabilità dovrebbe essere venuta meno a seguito di norme di legge sopravvenute (d. lgs. n. 150/2009; d. lgs. n. 141/2011; DL n. 95/2012). La individuazione di queste ultime è avvenuta tenuto conto degli orientamenti emanati dai competenti ministeri (si richiamano, al riguardo, le circolari esplicative n. 7/2010, n. 1/2011 e n. 7/2011 del Dipartimento della funzione pubblica, nonché la circolare n. 25/2012 della Ragioneria generale dello stato d'intesa con il Dipartimento funzione pubblica);

C. Materie che, in base al CCNL, non sono oggetto di contrattazione integrativa, ancorché ricomprese nel sistema della partecipazione sindacale;

D. Materie che non sono oggetto di contrattazione integrativa né di partecipazione sindacale;

E.Materie di esclusiva competenza della contrattazione integrativa regionale affrontate anche in contrattazione di istituto.

Fra le materie che il Rapporto contrassegna con la lettera “B”, la cui contrattabilità è venuta meno a seguito di recenti provvedimenti legislativi, continuano a riscontrarsi valori molto elevati di contrattazione per materie che riguardano l’ambito più strettamente organizzativo/gestionale che l’ARAN stesso riconosce essere rientrato nella competenza dirigenziale. Da notare, in particolare, che il 31% delle materie trattate nei contratti integrativi risulta non contrattabile (considerando nel dato la somma delle percentuali rilevate per le tipologie “B”, “D” ed “E”).

La Tavola 6a del Rapporto contiene un’esaustiva declinazione delle materie riscontrate nei contratti e la loro corretta catalogazione all’interno delle cinque categorie sopra descritte. Diventa estremamente facile, a livello individuale, procedere al riscontro tra ciò che è nella disponibilità del tavolo contrattuale (categoria A) e le voci che andrebbero espunte dagli articolati contrattuali in quanto rientranti in ambiti contrattuali superiori o appartenenti alle prerogative che la legge oggi attribuisce ai dirigenti scolastici. Il diligente lavoro di riscontro e la sua applicazione coerente ai contenuti di ogni contratto integrativo d’istituto eliminerebbe molti errori e restituirebbe linearità al funzionamento di molti istituti.

Qualora gli errori discendessero da inadeguata padronanza del quadro normativo, la chiarezza del Rapporto e l’autorevolezza dell’ARAN dovrebbero costituire un valido elemento di supporto e di conforto. Qualora, invece, gli errori fossero la conseguenza di pressioni e di pretese sindacali, sarebbe il caso di verificare quante di queste siano indebite e decidersi a respingerle, riconducendole alla corretta interpretazione della norma e alla giusta dimensione dell’informazione sindacale.

Il secondo dato rilevante che emerge dal Rapporto è che permane, in aumento, il caso dei contratti privi di relazione illustrativa (23 contratti pari all’11% dei monitorati contro i dati 2013, 14 casi pari al 9%) o di relazione tecnica (16 casi pari all’8% contro i dati 2013: 11 casi pari al 7%). Anche questo dato è altrettanto sorprendente in quanto dà evidenza della scarsa consapevolezza del valore delle relazioni, in quanto atti che danno evidenza “politica” e “tecnico-finanziaria” dei principi e degli obiettivi che hanno guidato la trattativa, non in modo avulso dal contesto bensì in coerenza con i documenti che definiscono la pianificazione strategica degli istituti.

In una fase caratterizzata dal pressante tentativo di ricondurre in ambito contrattuale operazioni che la legge 107/2015 ha disciplinato in ambito pubblicistico, dedicare qualche minuto di attenzione al Rapporto ARAN può aiutare i dirigenti scolastici, e non solo, a cogliere elementi di fondo su cui è necessario mantenere chiarezza e coerenza.

Rapporto Aran

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In data 18 gennaio 2016 è pervenuta a tutte le istituzioni scolastiche una nota dell’USR, relativa alle norme contrattuali che disciplinano le assenze dei dirigenti scolastici, che non è passata inosservata e che richiede, per rispetto di quella che è la disciplina contrattuale, una doverosa precisazione. L’avremmo volentieri fornita in presenza, qualora l’amministrazione avesse voluto sulla materia confrontarsi con la parte sindacale, come ci saremmo aspettati dal momento che parliamo un istituto contrattuale.

La nota ricorda, correttamente, come “la programmazione e l’organizzazione delle ferie rientri nell’esclusiva competenza e responsabilità di ogni dirigente che è tenuto a garantire, in tali periodi, la continuità e regolarità del servizio scolastico”, e come l’art. 16 del CCNL 2006 consideri le ferie un “diritto irrinunciabile”. Va però notato come lo stesso articolo non accenni in alcuno dei suoi commi all’obbligo di chiedere ferie nelle giornate di chiusura della scuola, deliberate da ciascuna istituzione scolastica, a meno di attività istituzionali svolte in tali date. Un diritto irrinunciabile dovrebbe essere esercitato ad iniziativa di chi ne è titolare e non in conseguenza delle decisioni di un organo collegiale, decisioni che potrebbero anche non trovare il consenso del dirigente.

Ma, oltre a questa precisazione più giuridica, vale la pena ricordare che l’art. 16 del CCNL 2006  è preceduto dall’art. 15, dove si dichiara che il dirigente scolastico non ha un orario di lavoro ma un “impegno di lavoro”, esattamente come avviene per tutti i dirigenti delle pubbliche amministrazioni, compresi quelli dell’Area I, e che : “In relazione alla complessiva responsabilità per i risultati, il dirigente organizza autonomamente i tempi e i modi della propria attività, corredandola in modo flessibile alle esigenze dell’Istituzione cui è preposto e all’espletamento dell’incarico affidatogli” (comma 1).

Il comma 2 dello stesso articolo integra il concetto di flessibilità prevedendo che “Qualora in relazione alle esigenze eccezionali, si determini un’interruzione od una riduzione del riposo fisiologico giornaliero o settimanale o, comunque, derivante da giorni di festività, al dirigente scolastico deve essere in ogni caso garantito, una volta cessate tali esigenze eccezionali, un adeguato recupero del tempo di riposo sacrificato alle necessità del servizio”.

Chi scrive ritiene che quelle che nel 2006 potevano essere considerate situazioni eccezionali a dieci anni di distanza sono diventate le condizioni “ordinarie” di svolgimento della funzione dirigenziale all’interno di un’istituzione scolastica, in considerazione del carico di responsabilità nel frattempo attribuite ai dirigenti, soprattutto (ma non esclusivamente) a seguito della produzione legislativa del 2009 e del 2015.

Chi conosce da vicino il carico di lavoro che oggi impegna quotidianamente un dirigente scolastico non dovrebbe avere difficoltà a ritenere quanto questo si estenda spesso per l’intera giornata lavorativa, senza pause o riposi compensativi e a constatare quanto sia difficile, se non impossibile, immaginare di applicare il comma 2 dell’art. 16 attivando “un adeguato recupero del tempo di riposo sacrificato alle necessità del servizio”.

È soprattutto per questo motivo che riteniamo quanto meno inopportuno che la nota dell’USR abbia previsto una forma di collocazione obbligatoria in ferie per i due o tre giorni di chiusura deliberati dal consiglio d’istituto, ignorando poco generosamente le attuali condizioni di lavoro dei dirigenti scolastici.

Ci permettiamo pertanto di suggerire all’USR di integrare la nota con un preciso riferimento all’art. 15 del CCNL 2006, prevedendo che: “Nelle giornate di chiusura della scuola, deliberate da ciascuna istituzione scolastica, il dirigente dovrà comunicare ferie, salvo i casi in cui sia impegnato in attività istituzionali svolte in tali date o abbia maturato il diritto ad un adeguato recupero del tempo di riposo sacrificato alle necessità del servizio, come previsto dall’art. 15, comma 2, del CCNL 2006”.

Allegati:

La recente pubblicazione di una Nota del MIUR (AOODPIT.0000035.07-01-2016), a firma del Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, ha fornito ai responsabili ai diversi livelli del sistema scolastico “indicazioni e orientamenti per la definizione del piano triennale di formazione del personale”.

L’amministrazione centrale in questo modo si sta preoccupando di rendere operative le novità sul tema della formazione in servizio contenute nella legge 13 luglio 2015 n. 107, in particolare nell’art. 1, commi 121-125; operazione peraltro già avviata con l’adozione del D.M. n. 850 del 27 ottobre 2015 e della successiva Nota prot. 36167 del 5 novembre 2015, per quanto riguarda l’anno di prova dei docenti neo-immessi in ruolo, e del DPCM 23 settembre 2015, che ha permesso di dare attuazione al dettato dei commi 121, 122 e 123 attraverso l’erogazione dei fondi relativi alla Carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione dei docenti di ruolo delle scuole di ogni ordine e grado.

Ora si tratta di adempiere anche alle prescrizioni contenute nei commi 124 e 125, il che presuppone che triennalmente il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca adotti un Piano nazionale di Formazione (PNF) nel quale vengano definite le priorità di sistema. La Nota ministeriale, in attesa della prossima elaborazione del PNF, anticipa alcune indicazioni che opportunamente coniugano questa visione sostanzialmente centralistica con le diverse esigenze delle istituzioni scolastiche, recuperando un equilibrio che le scuole e le reti di scuole dovranno comunque difendere, a garanzia di una corretta interpretazione dell’autonomia scolastica che la legge ha posto a fondamento del processo riformatore.

Può essere dunque opportuno riprendere alcune indicazioni contenute nella Nota e aggiungere qualche punto di attenzione che possa agevolare il lavoro dei dirigenti scolastici, coinvolti in questa fase in un impegnativo e pressante lavoro di predisposizione e di adozione di atti e di adempimenti che cominciano a dare consistenza alle novità introdotte dalla riforma.

  1. Il Piano annuale della formazione in servizio fa parte del POF triennale, quindi deve traguardare il triennio 2016/2019. È facile in questa fase obiettare che le scuole saranno costrette a navigare a vista, non disponendo al momento della bussola del PNF, ma non bisogna neanche fermarsi a questa constatazione, dal momento che le scuole comunque dispongono di un RAV e di un PdM, che sicuramente costituiscono punti di riferimento più pregnanti di quanto potrà esserlo il PNF per la identificazione degli obiettivi di un piano triennale delle attività formative d’istituto. Il lavoro fondamentale dei dirigenti e dei docenti che collaborano con essi nel campo della formazione risiede nel connettere e nel dare coerenza alle diverse decisioni strategiche nel frattempo assunte.
    La Nota conferma che “La formazione obbligatoria in servizio rappresenta uno dei capitoli portanti di un ideale indice di POF”, indica cioè la volontà della comunità professionale di una scuola di investire su specifici campi tematici per elevare gli standard professionali di tutti gli operatori scolastici, in una logica di trasparenza e di assunzione di responsabilità.
    In quanto parte del POF triennale il Piano della formazione in servizio è subordinato all’approvazione da parte del consiglio d’istituto unitamente al Piano generale dell’offerta formativa. La parte relativa al personale docente presuppone una delibera preventiva da parte del collegio docenti; la parte relativa al personale ATA dovrà essere definita dal dirigente d’intesa con il direttore dei servizi generali e amministrativi dopo aver raccolto e vagliato le esigenze del personale.
     
  2. La formazione è obbligatoria, permanente e strutturale. Per quanto riguarda i docenti la formazione è connessa alla stessa funzione docente. È del tutto superata, quindi, la logica che ha ispirato gli articoli 63 e ss. del CCNL comparto scuola, che di fatto lasciavano la responsabilità della formazione (ma anche della non formazione) ad ogni singolo docente.         La formazione è un obbligo, come lo è l’ora di ricevimento dei genitori o la partecipazione agli scrutini; è permanente in quanto accompagna e aggiorna la carriera di ogni operatore scolastico; è strutturale in quanto concorre a realizzare i processi di  miglioramento di sistema e della singola istituzione scolastica. Rispetto alla obbligatorietà ci sentiamo di sostenere che non ha molto senso introdurre nel piano triennale vincoli quantitativi di tipo orario, come qualcuno ha ipotizzato. In una proiezione di tipo strategico contano gli obiettivi e le priorità tematiche; la quantificazione delle iniziative formative discenderà consequenzialmente dalle scelte annuali che daranno esecuzione al piano triennale e che saranno condizionate dalla disponibilità delle risorse, proprie e di rete, e dall’opportunità di cogliere offerte formative che possono anche arrivare dall’esterno e che al momento non è possibile mettere in conto

     

  3. Le risorse per la formazione in servizio saranno assegnate a scuole e a reti di scuole. Sulla formazione la legge 107/2015 ha investito due tipologie di risorse: i 381,137 milioni di euro, a partire dal 2015 (comma 123), per il finanziamento della carta elettronica per l’aggiornamento e la formazione del docente di cui al comma 121; si tratta quindi di risorse che saranno lasciate alla singola iniziativa di ogni docente; e i 40,00 milioni di euro annui per l’attuazione del Piano Nazionale di Formazione e per la realizzazione delle attività formative, a partire dal 2016.
    Mentre il primo stanziamento assegna ad ogni docente di ruolo una disponibilità finanziaria non trascurabile, il secondo appare decisamente sottodimensionato rispetto ad un piano di iniziative che riguarderanno tutti i livelli del sistema scolastico e che, quindi, si tradurrà in briciole quando si tratterà di sostenere le iniziative delle istituzioni scolastiche. La Nota ministeriale precisa che oltre alle risorse della legge 107/2015 si potrà fare affidamento sui PON-FSE e su finanziamenti ex-legge 440, che sappiamo ridotti al lumicino; saranno comunque insufficienti rispetto alle esigenze delle scuole.
    Diventerà indispensabile da un lato ricercare risorse aggiuntive (purché non siano i contributi volontari delle famiglie), dall’altro adottare decisioni di rete che consentano di applicare economie di scala e che, al tempo stesso, consolidino delle pratiche mutualistiche tra le scuole appartenenti allo stesso ambito territoriale. La Nota ministeriale ricorda che “La rete può consentire economie di scala, ma soprattutto stimola un confronto culturale e di pratiche, decisivo per far crescere l’insieme delle scuole, promuovendo eccellenza ed equità”. Questo comporterà che nel tempo la pianificazione strategica di una scuola, pur salvaguardando la propria identità, si intersechi con quelle delle altre scuole della rete.
     
  4. Le azioni nazionali saranno indirizzate soprattutto a formare figure strategiche, in modo che siano poi in grado di accompagnare i colleghi nei processi di ricerca, formazione sul campo, innovazione in aula. La proposta ha un suo senso soprattutto se rapportata alla possibilità di costruire una rete di specifiche professionalità da mettere a disposizione delle scuole e di costituire un funzionigramma d’istituto articolato su figure di sistema che affianchino il dirigente nell’azione di coordinamento e di implementazione dei processi di miglioramento.

     

  5. È necessario innovare i modelli di formazione. C’è da dire che la proposta non è proprio nuova, ma non per questo non merita di essere condivisa. Il modello passivo della conferenza è sicuramente superato, quello alternativo della ricerca-azione, per quanto ampiamente sperimentato stenta ad essere generalizzato. La Nota ministeriale propone un modello che alterni momenti di formazione in presenza, con momenti di studio individuale, di riflessione, di documentazione, di lavoro in rete, di rielaborazione e di rendicontazione degli esiti. Si potrebbe aggiungere che nelle prassi di alcune scuole della nostra regione si sono sviluppate anche esperienze di osservazione tra pari (osservazione in classe) e di valorizzazione delle piattaforme di condivisione e scambio di materiali didattici, che, soprattutto in una logica di rete, meriterebbero di essere modellizzate e diffuse.
    Ci sembra che soprattutto l’elemento della rendicontazione meriti una particolare sottolineatura: l’esigenza di documentare gli esiti di un percorso formativo rientra in una logica sia di doverosa verifica che di necessaria socializzazione dei risultati e di possibile diffusione delle innovazioni scaturite dal percorso formativo.Sarebbe utile, da questo punto di vista, che l’amministrazione stessa adottasse per prima nuovi modelli formativi, in modo da essere di esempio per le iniziative delle strutture territoriali e delle stesse scuole.
     
  6. Il portfolio della formazione del docente. Lo strumento non è espressamente previsto nel testo di legge, ma la Nota ministeriale opportunamente lo richiama, ricordando che il D.M. 850/2015 lo prevede in formato digitale per la formazione dei docenti neo-assunti.
    L’utilità di un simile strumento avrebbe sicuramente effetto sul piano della tracciabilità dei percorsi professionali, della rendicontazione delle scelte operate attraverso il ricorso alla carta elettronica, della valutazione dei docenti in occasione dell’attribuzione del bonus annuale previsto dal comma 127 della legge 107/2015.
  7. Differenziare le proposte formative. Anche in questo caso la Nota ministeriale suggerisce di evitare la formazione tradizionale rivolta all’intero collegio, che nel passato ha prodotto modesti risultati. La proposta del Piano della formazione d’istituto dovrebbe contenere una previsione pluriennale di massima che si rivolga in forme differenziate a diverse tipologie di docenti e di gruppi-docenti impegnati in diversi settori, in modo tale che l’azione formativa si incontri con un elevato livello di motivazione. La Nota in proposito aggiunge un’osservazione che merita di essere ripresa: “Ogni docente parteciperà alle azioni formative, deliberate dal Collegio docenti nell’ambito del POF triennale, anche in una logica di sviluppo pluriennale”. La sottolineatura conferma, a nostro avviso, che ogni imposizione di carattere quantitativo è fuorviante rispetto alla logica della riforma e all’interesse delle stesse scuole.

     

  8. Esiste un patrimonio al quale attingere. La Nota auspica che nel sistema in costruzione “siano ampiamente valorizzate il ruolo delle associazioni professionali e disciplinari dei docenti, la collaborazione con il sistema universitario, il contributo di enti locali, istituti di ricerca, l’apporto di soggetti qualificati e accreditati pubblici e privati…”. Si tratta di un patrimonio culturale al quale le scuole sono invitate ad attingere riconducendolo ad una visione unitaria della progettualità della scuola. Anche noi riteniamo che sia opportuno valorizzare questa offerta esterna, soprattutto quando è validata da una solida e sperimentata esperienza sul campo e quando i valori di riferimento sono quelli della professionalità e della qualità del servizio scolastico. 
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Abbiamo appena saputo dalle agenzie di stampa, prima ancora che dagli uffici preposti, che la scadenza per l’adozione dei Piani triennali dell’offerta formativa, stabilita dalla legge per la fine di ottobre, è stata prorogata, con una nota ministeriale, al 15 gennaio 2016. La voce girava già da alcuni giorni, eppure, pur avendoci fatto il callo, come si suol dire, continua comunque a sorprenderci la disinvoltura con cui nel nostro sistema scolastico si riesce a bypassare le leggi con semplici atti amministrativi che, giuridicamente, non ne avrebbero la forza. Ma così è.

Non possiamo fare a meno, però, di accompagnare la nostra sorpresa con alcune considerazioni nel merito della decisione, partendo dalle stesse motivazioni contenute nella nota ministeriale. Appellarsi alla recente approvazione della legge può avere sicuramente senso; tirare in ballo il nuovo dimensionamento scolastico che sarà deliberato entro il prossimo dicembre non ne ha affatto. Di dimensionamenti ne sono stati fatti e se ne continuerà a fare anche nei prossimi anni, ma il fatto che cambi la struttura di un po’ d’istituti può solo significare che i piani triennali già adottati andranno aggiornati alla luce del nuovo assetto degli istituti dimensionati, possibilità che la legge ha già previsto.

Resta, dunque, la questione del poco tempo a disposizione per i dirigenti (per elaborare e dare gli indirizzi di piano), per il collegio (per trasformare gli indirizzi in un documento di piano), per il consiglio d’istituto (per approvare il piano triennale per gli anni 2016/2019). È vero, sarebbe stata una corsa contro il tempo e sappiamo che la fretta è da sempre considerata una cattiva consigliera. È vero anche, però, che tanti colleghi si erano messi al lavoro ed avevano già fatto la loro parte e che anche molti collegi docenti avevano avviato la procedura per l’elaborazione del nuovo POF, a dimostrazione che la buona volontà nelle scuole non manca.

Adesso sarà possibile fare tutto con più calma, eliminando probabilmente qualche approssimazione e qualche dimenticanza, ma a tal fine sarebbe bastato posticipare la scadenza di un mese o poco più. Si è voluti andare oltre e di certo non protesteremo per questo. Ma una cosa dobbiamo dircela in tutta franchezza: vogliamo cioè augurarci che si tratti soltanto un bonus d’avvio e che non si pensi di attuare una strategia dilatoria che sposti nel tempo insieme alle scadenze anche gli effetti concreti della riforma, magari stemperandone la portata, magari diramando alle scuole istruzioni e indicazioni che smussino gli spigoli e affermino una continuità che cozzerebbe frontalmente con la discontinuità che la legge ha voluto affermare.

Si tratta soltanto di preoccupazioni per il momento generiche, ma riteniamo non del tutto infondate. Lo diciamo perché qualche ritardo di troppo non può non preoccuparci. Lo abbiamo verificato relativamente allo spostamento a metà novembre dell’assegnazione dell’organico potenziato. Siamo inoltre costretti a chiederci, ad esempio, perché si temporeggia tanto sulla pubblicazione delle Linee-guida per l’alternanza scuola-lavoro? Anche su questo occorre attendere il nuovo dimensionamento della rete scolastica, o possiamo sperare che gli istituti, soprattutto quelli che finora sono rimasti al di fuori di questa esperienza, possano disporre di indicazioni operative applicabili da subito, visto che le risorse sono state messe a disposizione? E come mai è stata data notizia dell’avvio dei lavori per l’espletamento di alcune deleghe contenute nel comma 181 e su altre, sicuramente non meno importanti agli effetti del disegno riformatore, regna il silenzio più assoluto? Centottanta giorni passano in fretta e abbiamo già fatto esperienza in passato di deleghe rimaste nel libro dei sogni.

Si tratta, vogliamo ripeterlo, di alcune considerazioni che hanno esclusivamente il senso di non abbassare l’attenzione su una fase di avvio della riforma che è già problematica in sé (altrimenti non si tratterebbe di vero cambiamento) e che non deve essere rallentata in ragione di logiche e di convenienze che devono restare estranee al disegno riformatore.

Ai dirigenti ci limitiamo a raccomandare di non abbassare la tensione sul primo obiettivo strategico da perseguire, quello di fornire ai docenti che lavoreranno alla stesura del POF degli indirizzi che trasformino il documento di piano in una risposta di alto profilo professionale ai molteplici bisogni che i bambini, i pre-adolescenti e gli adolescenti che abitano le nostre scuole evidenziano ogni giorno che li incontriamo, esplicitamente ed implicitamente.

Ai dirigenti raccomandiamo altresì, ora che il tempo è stato concesso, di interrogare la propria comunità di riferimento, di individuarne le aspettative e di condividere con essa gli obiettivi strategici che dovranno dare corpo al miglioramento della performance complessiva della scuola. L’adozione del piano triennale costituisce l’occasione principe per riempire di senso il principio costituzionale di sussidiarietà e per tornare ad alimentare un’autonomia scolastica costretta a vivere per quindici anni di stenti. È importante in questo momento tenere a mente che quanto più le scuole saranno capaci di aprirsi tanto maggiore sarà la disponibilità dell’extra-scuola a fare sistema e ad apprezzare il valore del servizio scolastico.

Utilizziamo dunque il tempo che ci è stato concesso per fare ancora meglio quanto avevamo già avviato e manteniamo alta la tensione e la capacità di interpretare il cambiamento.

Milano, 5 ottobre 2015

                                                                                                                                             Massimo Spinelli

Allegati:

È del tutto evidente che la prossima partita per l’elezione del Consiglio superiore della pubblica istruzione ha assunto una dimensione ed un valore che travalica l’obiettivo di costituire un nuovo organo collegiale di livello nazionale ed investe in pieno il ruolo e i poteri del dirigente di una scuola (l’aggettivo “scolastico”, che ci è stato imposto come lo stigma della nostra diversità lo regaliamo volentieri a chi vuole continuare a considerarci “speciali” solo per lasciarci nel ripostiglio delle scope della dirigenza pubblica).

I piani dello scontro tra livello elettorale e confronto politico sui contenuti del Disegno di legge “La Buona Scuola” sono ormai strettamente intersecati, e soltanto l’ipocrisia o la distorsione ideologica impedisce di comprendere le differenze esistenti tra chi, come l’ANP, difende il testo governativo per la logica complessiva che lo ispira, tesa soprattutto ad ampliare l’autonomia scolastica, a potenziare le risorse umane e finanziarie a disposizione delle scuole, a mettere in relazione formazione e lavoro, in un quadro che superi l’attuale sistema di blocchi e di veti e riconosca al dirigente una funzione di piena e diretta responsabilità, e chi, pur rappresentando in termini numerici la categoria, in queste settimane si è distinto per l’opposizione frontale al disegno governativo, prendendo pesantemente – a volte indecentemente – di mira proprio le proposte tendenti ad attribuire nuove competenze ai dirigenti delle scuole in tema di reclutamento del personale  e di sistema di premialità.

Le etichette che si sono volute affibbiare ai dirigenti appartengono alla categoria del pregiudizio e dell’insulto, trasferite massicciamente sul piano della vulgata mediatica rischiano di provocare pesanti danni di immagine ad una categoria costituita da persone che sono al servizio dei cittadini e dello Stato e alle quali non solo viene riconosciuta una retribuzione non equiparata alle altre dirigenze pubbliche, ma si nega da tre anni anche quella spettante per obbligo contrattuale.

Ma quello che sicuramente ha ferito maggiormente nello scontro di questi giorni è stata  l’insinuazione che ogni eventuale rafforzamento delle prerogative dirigenziali costituirebbe un attentato alla democrazia nella scuola. L’enfasi della polemica non può giustificare mistificazioni di questo tipo. Evidentemente si ignora che i dirigenti delle scuole sono particolarmente esperti in materia, dovendo quotidianamente prodigarsi in prima persona affinché;

  • nelle scuole vengano garantiti e tutelati i diritti di tutti, non solo quelli del personale, ma anche quelli di famiglie, alunni e studenti – specialmente di quelli più in difficoltà - che contratti e leggi relegano sempre in secondo piano o ignorano del tutto;
  • si realizzi una leadership diffusa e partecipata che esalti i valori di una comunità di pratiche, valorizzi le professionalità di cui molti docenti sono portatori e sviluppi senso di appartenenza;
  • il rapporto con il territorio non resti una giaculatoria buona per i documenti ufficiali e i seminari, ma si trasformi in programmazione integrata, interazione con le diverse agenzie e promuova forme avanzate di rendicontazione sociale;
  • si sfrutti l’occasione dell’avvio del sistema nazionale di valutazione non per produrre ulteriore carta ma per sviluppare la capacità delle scuole di “guardarsi dentro” e di trovare stimoli al cambiamento e al miglioramento continuo.

Tutto questo si chiama “etica della responsabilità” e pratica concreta e diretta di modelli di sussidiarietà orizzontale che consideriamo il sale della democrazia. Su questo piano i dirigenti delle scuole non hanno bisogno di lezioni.

È ora di dire che rispetto a tutto questo gli improvvisati tutori della democrazia spesso non sono stati di grande aiuto ai dirigenti delle scuole, anzi spesso si sono messi di traverso, sia che si trattasse di norme che restituivano un minimo di equilibrio tra i poteri reali esercitabili all’interno della scuola, sia che si trattasse di innovazioni riguardanti gli ordinamenti e le leggi di sistema. La democrazia non alberga nelle scuole dove il collegio docenti si ritiene in diritto di decidere di non applicare una riforma ordinamentale, o di non attivare i corsi di recupero, o di non partecipare alle rilevazioni INVALSI, o di dettare i contenuti del contratto integrativo d’istituto, o di continuare ad esercitare competenze trasferite per legge nella competenza esclusiva del dirigente.

Il voto del prossimo 28 aprile ha assunto - è inutile nasconderlo - il significato di un confronto tra due diverse idee di servizio scolastico: l’una incentrata sui diritti del personale e sulla conservazione ad oltranza di un sistema consolidato di tutele e garanzie, l’altra interessata a rispondere ai diritti di cittadinanza attraverso un’assunzione diretta di responsabilità e con un forte investimento in termini di professionalità.

Spetta ora ai dirigenti, prescindendo da ogni appartenenza, decidere quale linea meriti il loro appoggio, senza ignorare che da questo voto potrebbero dipendere, almeno in parte, i destini della scuola e della stessa categoria.

Milano, 23 aprile 2015

                                                                                                                                             Massimo Spinelli

 

 

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Crediamo che a nessuno sia sfuggito il pesante attacco che è stato sferrato in questi giorni sulla stampa, ma soprattutto in rete, alla figura e alla funzione dei dirigenti delle scuole (ci ostiniamo a non usare l’aggettivo “scolastico” perché da sempre è usato come uno stigma discriminante). È bastato che prima la bozza non ufficiale di Decreto legge e poi il Disegno di legge di iniziativa del Governo facessero intravedere una possibile ipotesi di rafforzamento della funzione dirigenziale nella scuola per far scatenare un fuoco di sbarramento di rara intensità, che accomuna forze sociali e sindacali da sempre ostili a qualunque ragionamento che abbia come tema la responsabilizzazione di un sistema del tutto incontrollato ed autoreferenziale, il riconoscimento del merito, l’introduzione di un serio sistema di valutazione della performance organizzativa ed individuale, e sigle sindacali che invece rappresentano la stessa categoria.

Un primo assaggio lo abbiamo avuto in occasione del dibattito, tutt’ora aperto, sul ruolo unico dei dirigenti delle pubbliche amministrazioni, allorché l’ipotesi sostenuta dall’ANP che ai dirigenti delle scuole andasse riconosciuto il pieno diritto di farne parte è stata bollata come peccato di apostasia nei confronti della sacra “specificità” del ruolo. In questo caso i nostri avversari hanno avuto almeno il coraggio di contrapporre alle nostre le loro ragioni.

Poi abbiamo assistito alla presentazione di due Disegni di legge, ispirati ad una vecchia legge di iniziativa popolare (LIP), che, oltre a voler riportare la scuola indietro di trent’anni, mirano ad abrogare l’art. 25 del DLgs. 30 marzo 2001 n. 165 e a cancellare tout court la qualifica dirigenziale nella scuola.

Quello che è successo negli ultimissimi giorni rientra invece nella più trita e volgare tradizione del dileggio, della diffamazione, della provocazione. Quando il degrado sconfina nelle categorie del “preside-sceriffo”, del “preside-padrone”, o peggio del “preside-mazzetta”, quando si paventa una “deriva autoritaria” di cui di dirigenti sarebbero interpreti e quando infine in un sito scolastico di lunga e onorata tradizione non si esita a dare spazio a chi dichiara che “Con i presidi padroni la corruzione entrerà nelle scuole”, ciò sta a significare che si è perso il senso del limite, che siamo fuori da una logica di confronto, che non ci sono argomenti da sostenere e che, pur di bloccare una concreta ipotesi di cambiamento e di sprovincializzazione del nostro sistema scolastico, non si rinuncia a ricorrere alla vecchia strategia della “macchina del fango”, nella certezza che alla fine un po’ di mota resterà comunque attaccata.

Sappiamo bene che non è facile fermare la canea che si è scatenata, dando voce a quel ventre molle della scuola che non ha mai reso conto dei suoi atti e che intende fare di tutto perché possa continuare impunemente a farlo. Ma di certo non può essere conculcato il diritto dei dirigenti delle scuole di ribellarsi a questo gioco al massacro, di indignarsi,  di  rivendicare  il  valore del  loro quotidiano impegno a garanzia e a tutela dei diritti di milioni di ragazzi e di adulti che vivono l’esperienza dell’istruzione e della formazione in ambito scolastico.

C’è poi un secondo fronte di attacco, questa volta non scalmanato né ingiurioso, ma proprio per questa non meno insidioso. È quello che arriva dall’intero fronte sindacale del comparto scuola, che ha deciso unitariamente di porre tra gli elementi di pesante critica al Disegno di legge governativo proprio il ruolo dei dirigenti delle scuole, esattamente in questi termini: “Ruolo della dirigenza. La progettazione dell’attività educativa delle scuole autonome è competenza del Collegio docenti e per renderla il più possibile efficace non può essere affidata solo al dirigente scolastico. I sindacati considerano inaccettabile affidare al DS la chiamata diretta dei docenti e l’attribuzione del salario accessorio legato alla premialità. E’ indispensabile definire un bilanciamento dei poteri tra DS, Collegio Docenti e Consiglio d’Istituto.”.

Per i sindacati di comparto, quattro dei quali - non dimentichiamolo - rappresentano anche l’Area V, è dunque inaccettabile che la proposta governativa miri a rafforzare il ruolo dirigenziale, perché questo altererebbe l’equilibrio con organi collegiali dove la componente docente deve continuare ad esercitare il suo potere di controllo e di veto, che va salvaguardato. Lo stile sicuramente non è “scalmanato”, ma l’obiettivo politico non è poi molto diverso da quello di chi ha preferito la scorciatoia dell’ingiuria. Particolarmente esplicita, in proposito, la dichiarazione del segretario generale vicario dello Snals, riportata virgolettata da un altro sito scolastico, secondo il quale ai dirigenti delle scuole “spetta sì autorevolezza ma senza coloriture ‘dittatoriali’ in merito all’individuazione dei meritevoli, alle remunerazioni integrative e alla chiamata diretta dei docenti. Costruendo un ruolo subalterno e secondario  del Collegio dei docenti, verrebbe oscurato, se non cancellato, il principio costituzionale di libertà d’insegnamento”.

A questo punto non resta che controbattere la tesi del “preside-padrone” e quella del “preside-dittatore”, senza indulgere alle reazioni emotive - che pur sarebbero giustificate - ma facendo appello al buon senso delle persone e alla necessità di restare al merito delle questioni in campo.

  1. Il fronte sindacale non ha da obiettare su un punto del Disegno di Legge: che vengano immessi in ruolo quanti più docenti è possibile. Al momento è difficile prevedere quanti potranno essere, ma sappiamo che si vorrebbe che fossero più dei 148.800 quantificati ne “La Buona Scuola”. Probabilmente saranno di meno e comunque, al momento, è difficile fare una previsione realistica. Tutto il resto al sindacato di comparto non piace, per la ragione di fondo che buona parte delle proposte contenute nel Disegno di Legge fino all’aprile 2007 sono state definite nel CCNL ed oggi vengono ricondotte in ambito pubblicistico, prescindendo da un accordo tra parte pubblica e parte sindacale. Ci sono poi forti riserve di merito su alcune proposte, quali la chiamata diretta dei docenti e il sistema di premialità (per quanto già ridimensionato rispetto a quanto veniva prefigurato ne “La Buona Scuola”), perché sarebbero introdotti elementi valutativi e selettivi che prescinderebbero da automatismi  di  natura  contrattuale e  sarebbero  ricondotti sotto la diretta competenza delle istituzioni scolastiche.Anche in questo caso il sindacato sarebbe costretto a perdere l’influenza che oggi esercita ai tavoli ministeriali ( per altro sempre molto sensibili alle richieste sindacali) e ai tavoli contrattuali scolastici.La battaglia del sindacato di comparto contro il Disegno di Legge ha queste motivazioni, che sono comprensibili in sé, ma che collidono con la logica complessiva che ha ispirato l’iniziativa legislativa del Governo.
     
  2.  “La Buona Scuola”, nella logica governativa, rappresenta il tentativo, forse irripetibile, per trasformare lo svuotamento delle GAE - in qualche modo imposto dalle sentenze della Corte di Giustizia europea - in una significativa occasione di rinnovamento del sistema scolastico italiano, zavorrato da un incredibile coacervo di interessi, poteri, veti, condizionamenti e incardinato in un centralismo ministeriale interessato più a mantenere gli equilibri che a favorire il necessario adeguamento del sistema scolastico all’evoluzione della società. Soltanto così si spiega l’anomalia tutta italiana che agli alti costi del sistema (più volte certificata dalle ricerche internazionali) corrispondano performance decisamente deludenti se rapportate a quelle degli altri paesi dell’Area OCSE.
    Il cambiamento prospettato nel Disegno di Legge nasce dalla combinazione di più elementi: l’ampliamento degli ambiti di autonomia delle istituzioni scolastiche, un potenziamento dei curricoli unito ad una loro maggiore flessibilità e articolazione, un impiego dell’organico dell’autonomia funzionale alla personalizzazione dei percorsi di apprendimento e ad uno sviluppo dell’autonoma progettualità delle scuole, un più stretto raccordo tra la formazione e il mondo della produzione e dei servizi. Accanto a questi elementi di fondo lo svuotamento delle GAE e il superamento dell’arcaico regolamento per l’assegnazione delle supplenze costituiscono il logico corollario di una riforma che si propone di sostituire gli automatismi con la responsabilizzazione dei soggetti e l’autoreferenzialità con la valutazione e la rendicontazione sociale. Non tutti i passaggi appaiono al momento chiari e definiti, ma è chiara la logica di fondo: l’immissione in ruolo di tanti docenti non è l’obiettivo ma lo strumento, deve cioè costituire la leva per cambiare le regole del gioco e per liberare energie ed opportunità oggi compresse dall’imperante pervasività ministeriale e dai vincoli contrattuali.
     
  3. Ritenere che a maggiore autonomia non debba corrispondere un adeguato rafforzamento delle prerogative dei dirigenti delle scuole significa voler perpetuare una mistificazione che nel quindicennio trascorso ha prodotto già sufficienti danni. Pretendere che la riforma salvaguardi comunque gli equilibri tra i diversi organi collegiali contraddice la stessa logica su cui si basa l’autonomia delle istituzioni scolastiche. È dal 1992 che nella pubblica amministrazione è stata introdotta la separazione tra potere d’indirizzo politico e responsabilità dirigenziale.  L’attribuzione alle scuole della natura giuridica di pubbliche amministrazioni avrebbe dovuto trasferire questo stesso criterio alle istituzioni scolastiche almeno a partire dal 2000. Non lo si è fatto per la pavidità dei decisori politici, di ogni colore politico, di sostituire alla pseudo-partecipazione degli anni ’70 un moderno sistema di governance.  Invocare oggi la necessità di non potenziare le prerogative del dirigente per non alterare gli equilibri collegiali significa difendere l’indifendibile, cioè gli articoli 7 e 10 di un Testo Unico scritto nel 1994 quando nella scuola non c’era né autonomia né ruolo dirigenziale.

    Maggiore autonomia significa maggiore responsabilità; maggiore responsabilità significa che un organo deve dettare gli indirizzi che definiscono gli obiettivi strategici della scuola e che una figura con qualifica dirigenziale si deve far carico del compito di tradurre quegli obiettivi in risultati, pianificando, organizzando e controllando l’azione delle risorse umane, l’utilizzo delle risorse finanziarie, il sistema delle relazioni con il contesto. Che in questo quadro rientri la cosiddetta “chiamata” dei docenti, ai quali affidare il delicatissimo compito di tradurre gli obiettivi strategici in percorsi di insegnamento/apprendimento, è soltanto “naturale” e già il documento “La Buona Scuola” lo aveva capito quando dichiarava che “Ogni scuola deve poter schierare la migliore squadra possibile” (pag. 63). È altrettanto “naturale” che, in un contesto del genere, alcuni docenti possano essere destinati a compiti che non attengono soltanto all’insegnamento ma anche all’organizzazione e al controllo dei processi gestionali e che agli stessi, come agli altri, possano essere attribuiti degli incentivi economici proporzionali al contributo che danno al buon funzionamento della scuola.

    Ma ciò che dovrebbe essere “naturale” (e lo è già da tempo immemore in tanti altri sistemi scolastici europei) diventa “inaccettabile” per chi ritiene che i docenti non vadano selezionati dalle scuole e che debba essere mantenuto il meccanismo dell’estrazione al lotto: bisogna continuare ad andare in campo con la squadra scelta dal caso! Ma per quale motivo, allora, il caso deve essere preferito ad un reclutamento operato dalle scuole in forme sicuramente partecipate e sulla base di criteri trasparenti? Per quale motivo un meccanismo di questo tipo deve far pensare immediatamente al mercimonio? Perché bisogna applicare alle scuole e a chi le dirige pregiudizi e schemi mentali che non hanno mai sfiorato il settore della scuola e che semmai altri settori della società hanno praticato? Perché mai un dirigente, che è chiamato a rispondere dei risultati gestionali del suo operato, dovrebbe rinunciare a scegliere i migliori per competenza e professionalità, compromettendo in questo modo l’immagine e la stessa funzionalità del suo istituto?
     

  4. Se si coltivano queste preoccupazioni, per quanto fondate esclusivamente sul pregiudizio, c’è un modo molto semplice per neutralizzare il rischio che possano verificarsi comportamenti anomali: implementare nel modo più efficace il Sistema Nazionale di Valutazione, che sta muovendo in queste settimane i suoi primi passi. Disponiamo già del DPR 80/2013, benché la sua nascita sia stata accompagnata, tanto per cambiare, da cori di mugugni e da esplicite proteste.  Il suo impianto può funzionare, purché si rispettino due condizioni: che l’INVALSI, o il nuovo organismo che potrà nascere dall’unificazione con l’INDIRE, possa muoversi in piena autonomia e che siano messe a disposizione le risorse umane e finanziarie necessarie affinché la valutazione “esterna”, che è elemento portante del Sistema, diventi strutturale e non solo simbolica.

    Il compito che la Costituzione e la legge assegna alla struttura amministrativa centrale consiste nell’impartire gli indirizzi generali, nel definire gli ordinamenti, nell’assegnare  le risorse necessarie al funzionamento e nel valutare gli esiti. Tutto ciò che rientra tra i due estremi degli indirizzi e della valutazione degli esiti costituisce il terreno in cui le istituzioni scolastiche devono esercitare la propria autonomia, in modo da conformare la loro azione e la struttura dell’offerta formativa alle esigenze reali e diversificate dei diversi contesti. Questo era lo spirito che animava la legge 59/1997  ed   a  questo  spirito  vuole  richiamarsi  il  Disegno  di  legge  portato all’attenzione  del Parlamento. È per questo che un rafforzamento dell’autonomia sarebbe incoerente con la pretesa di mantenere l’attuale assetto gestionale, nel quale tutti pretendono di decidere e l’unico a rispondere dei risultati è il dirigente, e nel quale le leve strategiche del personale e delle risorse finanziarie vengono ferreamente controllare dall’amministrazione centrale, secondo metodi e procedure che precludono agli istituti qualunque forma di partecipazione e di codeterminazione.

C’è dunque da sperare che il dibattito parlamentare, che si preannuncia acceso, non produca l’arretramento che i detrattori della riforma in questi giorni invocano, sia attraverso le provocazioni ingiuriose che attraverso la difesa dello status quo. Se lo sforzo esercitato dal Governo attraverso la pubblicazione della proposta “La Buona Scuola”, la consultazione pubblica che ne è seguita e la predisposizione del Disegno di Legge dovesse subire l’offensiva mediatica, sindacale e politica che si è scatenata in queste ore e il governo decidesse di abbandonare sul campo le proposte più innovative e coraggiose il risultato sarà quello di avere immesso in ruolo “tanti” docenti, senza per questo aver raggiunto l’obiettivo più ambizioso di rendere la scuola italiana più “buona”.

 

Milano, 27 marzo 2015

                                                                                                          Massimo Spinelli

  

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È dal 30 luglio scorso che l’Ufficio scolastico della Lombardia è di fatto acefalo. L’amministrazione centrale ha provveduto a ristrutturare i propri uffici interni ed a coprire tutte di direzioni generali regionali, con la sola eccezione della Lombardia.
Abbiamo visto pubblicato sul sito del MIUR un nuovo specifico bando, abbiamo saputo che sono state presentate più candidature, abbiamo confidato in una rapida conclusione della procedura. All’alba del 2 ottobre, a più di un mese dall’avvio del nuovo anno scolastico, nulla è stato deciso, anche se nel frattempo abbiamo più volte letto sulla stampa (non sappiamo da chi informata) che tutto era definito, con annesse anticipazioni sul curricolo professionale del nuovo Direttore.
Non riusciamo ad immaginare quali “interessi nazionali” impediscano di dare soluzione ad un problema che dovrebbe essere risolto nel rispetto della più lineare logica amministrativa: affidare l’incarico a persona particolarmente competente (stiamo parlando della Lombardia!), che abbia seguito il suo cursus honorum, che conosca la realtà della scuola lombarda, che dia garanzie sul piano dell’efficienza e della neutralità istituzionale. Non vorremmo invece che i criteri che si sta tentando di adottare siano altri.
È difficile non connettere il ritardo nel rinnovo del vertice regionale con quanto è accaduto negli ultimi anni. Il concorso a dirigente scolastico bandito nel 2011 si è concluso nel 2014, dopo essere stato avocato dall’amministrazione centrale, eppure resta esposto ai rischi di un pesante contenzioso per i dubbi e le contraddizioni che la sua riedizione ha evidenziato, non ultima quella di aver escluso quasi un centinaio di candidati risultati vincitori al termine della prima tornata.
Per due interi anni scolastici oltre 400 istituti sono stati affidati ad un reggente, con la conseguenza che oltre 800 scuole della Lombardia, cioè il 70% del sistema scolastico regionale, sono state rette da un dirigente che si è dovuto assumere la responsabilità della gestione di due istituti.
L’emergenza fortunatamente è stata superata, anche se è stato necessario attribuire ancora più di 70 reggenze annuali, ma nelle stanze di viale Trastevere nessuno sembra avvertire l’esigenza di accompagnare e sostenere l’ingresso in ruolo dei 496 nuovi dirigenti, spediti in prima linea senza neanche poter contare sulla presenza di un Direttore generale preposto al coordinamento delle azioni di consulenza e di supporto.
Le scuole lombarde non devono servire soltanto a tenere alte le medie delle indagini internazionali e delle rilevazioni annuali degli apprendimenti, hanno anche il diritto di interfacciarsi con un’amministrazione scolastica attenta ed efficiente.
Milano, 2 ottobre 2014
        
                                                                                                                      Massimo Spinelli
                                                                                                                  Presidente ANP Lombardia                        

 

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Avevamo già dato notizia (http://www.anp.it/anp/doc/perequazione-retributiva-per-i-dirigenti-scola...) della nostra intenzione di promuovere in autunno alcuni ricorsi-pilota sulla questione della perequazione retributiva interna fra i dirigenti scolastici. La materia è stata studiata in modo approfondito dai nostri consulenti legali e siamo adesso in grado di presentare un articolato programma di azioni.
 
Va subito detto che la retribuzione dei dirigenti scolastici è diventata nel tempo una sorta di ginepraio di difficile lettura. Dopo che l’Ufficio Centrale di Bilancio ha bloccato la registrazione dei contratti integrativi regionali relativi al 2012-2013, ogni USR si è mosso per proprio conto, adottando le soluzioni più diverse (e tutte illegittime) per "auto tutelarsi” a spese dei dirigenti. Il risultato è che alla mancata perequazione esterna (verso gli altri dirigenti) ed interna (fra gli stessi dirigenti delle scuole) si è venuta ad aggiungere una terza sperequazione territoriale, per effetto della quale la retribuzione varia – ed anche di molto – da una regione all’altra, a parità di fascia di complessità dell’istituzione scolastica.
 
Il nostro primo sforzo è stato quindi quello di "censire” le diverse situazioni esistenti e poi di raggrupparle per analogie e differenze. Il risultato è stato quello di identificare quattro diverse tipologie di criticità, per ognuna delle quali il nostro studio legale ha messo a punto un distinto approccio:
 
- mancato o incompleto pagamento della retribuzione di posizione parte variabile (riguarda i dirigenti assunti a partire dal 2012 in alcune regioni – in alcune province della Sardegna riguarda tutti);
 
- mancato o incompleto pagamento della retribuzione di risultato (riguarda molte regioni);
 
- mancato pagamento dell’indennità di reggenza parte variabile (in qualche regione anche la parte fissa): riguarda quasi tutte le regioni meno Abruzzo, Lazio, Molise, Puglia e Toscana;
 
- perequazione interna: riguarda tutti i dirigenti assunti a partire dal 2007 per effetto di concorso ordinario, che non percepiscono né la RIA né l’assegno ad personam.
 
Le prime tre situazioni – pur nella loro diversità – sono accomunate da una caratteristica: si tratta della mancata corresponsione di un compenso contrattualmente dovuto a fronte di una prestazione già resa. Queste situazioni non dovrebbero richiedere una vera e propria causa di lavoro, in quanto il corrispettivo è noto e si è solo in presenza di un inadempimento del debitore (l’Amministrazione). Si è quindi deciso di procedere tramite una diffida ad adempiere, seguita – se del caso – da un decreto ingiuntivo. I colleghi interessati sono tutti stati contattati via e-mail ed invitati a presentare la documentazione necessaria, con il supporto della nostra rete provinciale ed il coordinamento della sede nazionale. La prima fase è a totale carico dell’Anp. Se si renderà necessario ricorrere ai decreti ingiuntivi, sarà richiesto un contributo alle spese.
 
La quarta situazione è la più critica, in quanto il diritto alla perequazione è di natura equitativa, ma non sancito da una norma positiva. D’altro canto, il protrarsi sine die della moratoria contrattuale impone l’obbligo di praticare l’unica via rimasta, che è quella del ricorso ai tribunali del Lavoro.
 
Come è noto, la giurisprudenza in materia è lungi dall’essere ad oggi consolidata. Ci sono, a nostra conoscenza, solo quattro sentenze favorevoli ai ricorrenti a fronte di numerose altre contrarie: tuttavia vale la pena di avviare comunque dei ricorsi-pilota, per cercare di estendere il numero delle pronunce positive.
 
Sono stati quindi individuati quattro Tribunali del Lavoro, sulla base di considerazioni tecnico-legali sviluppate dai nostri consulenti. Queste sedi sono quelle di Torino, Varese, Velletri e Taranto.
 
In ciascuno di questi territori, tutti i colleghi dirigenti assunti per concorso ordinario sono stati invitati a presentare la documentazione necessaria tramite le nostre strutture provinciali. Tutta l’attività di predisposizione, presentazione e gestione del ricorso sarà gestita dalla sede nazionale Anp.
 
Questo insieme di azioni comporta la gestione di diverse decine (potenzialmente, diverse centinaia) di vertenze nei prossimi mesi, senza ovviamente la garanzia di un esito positivo in tutti i casi. Fra l’altro, nel caso della vertenza più complessa (quella relativa alla perequazione), diamo per scontato che l’eventuale sentenza favorevole di primo grado sarà sicuramente appellata dall’Amministrazione: con ulteriori costi e il dilatarsi dei tempi.
 
Non riteniamo quindi utile, né materialmente possibile, allargare ulteriormente il campo, almeno nell’immediato. E’ ovvio che l’esito positivo di quante più azioni possibile fra quelle proposte, oltre a portare benefici economici per i singoli, allargherà e consoliderà le basi per promuovere iniziative analoghe in favore degli altri.
 
La visione che abbiamo del ruolo ci porta – come ci ha sempre portato – a rifiutare la logica dell’egoismo, cioè della ricerca del beneficio individuale a scapito dei colleghi. In una corsa disordinata di tutti a tentare la sorte per conto proprio abbiamo tutti da perdere: i singoli sul piano economico, la categoria qualora dovessero moltiplicarsi le sentenze sfavorevoli, favorite dalla scelta non meditata delle sedi giudiziarie e dall’improvvisazione nella scelta delle strategie processuali. Siamo convinti che una gestione razionale e progressiva dell’insieme delle azioni necessarie costituisca l’approccio in grado di produrre i migliori frutti.

 

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Si è svolto ieri 18 settembre il previsto incontro di informazione fra le OO.SS di comparto e di area della scuola e il MIUR, in merito alla Direttiva che il Ministro Giannini si appresta ad emanare per l'avvio a regime del Sistema Nazionale di Valutazione. La firma è attesa per le prossime ore. 
Nel corso dell'incontro, il Direttore degli ordinamenti, dott.ssa Carmela Palumbo, ha illustrato i contenuti della Direttiva, sottolineando come si tratti di un atto indirizzato agli attori del Sistema (indire, invalsi, corpo ispettivo) e non alle scuole. Quando - fra qualche settimana - saranno disponibili gli strumenti attuativi (protocolli di valutazione, questionari, format del rapporto ed altro), questi saranno diffusi con apposita circolare, che conterrà tutte le indicazioni per l'avvio del processo.  
Nel corso della discussione, sono state sollevate diverse questioni, alcune di merito, altre di metodo, cui l'Amministrazione ha cercato di fornire risposta. L'Anp - che ha espresso un giudizio sostanzialmente positivo sul testo - ha però espresso disappunto per la tardività della sua emanazione e per il mancato avvio, ad oggi, di un organico piano di formazione di dirigenti e docenti. La dott.ssa Palumbo ha assicurato che è prevista una serie di iniziative rivolte ai dirigenti prima dell'avvio effettivo delle attività valutative. 
Qualche indicazione sui tempi:  
 - entro ottobre saranno messi a punto e diffusi i materiali da utilizzare da parte delle scuole; 
 
 - a gennaio partirà l'autovalutazione in tutte le scuole; 
 
 - entro giugno 2015 dovranno essere pronti il rapporto di autovalutazione ed il piano di miglioramento; 
 
 - entro luglio 2015 le scuole dovranno comunicare il proprio piano e pubblicarlo sul sito web; 
 
 - a settembre 2015 partirà la valutazione esterna nel 10% delle scuole; 
 
 - l'attuazione del piano di miglioramento occuperà gli anni scolastici 2015-2016 e 2016-2017.

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Siamo arrivati al 15 settembre data che, pur non essendo prescrittiva, segna l’avvio del confronto tra parte pubblica e parte sindacale all’interno degli istituti scolastici. L’ingresso nei ruoli regionali di 496 nuovi dirigenti rende questo appuntamento particolarmente significativo: da un lato sarà messa alla prova la capacità dei nuovi colleghi di assumere la funzione di parte pubblica e di interpretare efficacemente l’interesse generale (supporto all’apprendimento ed efficienza del modello organizzativo), dall’altro sarà offerta l’occasione per tornare a verificare l’atteggiamento e il senso di responsabilità della parte sindacale, anche in rapporto al nuovo assetto degli istituti.
Non è certo necessario enfatizzare il momento contrattuale più del dovuto, dal momento che i dirigenti scolastici, vecchi e nuovi, hanno un’agenda di lavoro fin troppo ricca di priorità e di scadenze; ma è comunque importante adoperarsi affinché il sistema delle relazioni sindacali d’istituto parta con il piede giusto, che non si ricada negli errori del passato e, soprattutto, che l’inesperienza dei nuovi colleghi non sia colta come l’occasione per riportare indietro le lancette dell’orologio e ricondurre al tavolo contrattuale materie che la legge ha spostato nell’ambito delle prerogative della funzione dirigenziale ed ha derubricato ad argomenti di informazione sindacale.
Si tratta di una questione che in alcune situazioni si pretende di considerare aperta, quando invece sia la legge che la giurisprudenza l’hanno chiusa da tempo. Ma dal momento che nelle prossime settimane a qualche tavolo sindacale d’istituto potrebbe essere riproposta (anche se ci auguriamo il contrario), anziché ricostruire puntigliosamente un quadro normativo che ormai tutti conoscono a menadito (anche se spesso si finge di ignorarlo!) abbiamo ritenuto più importante allegare  a queste brevi note il testo originale delle due sentenze di secondo grado, emesse dalla Corte di Appello di Napoli e di Bologna, affinché tutti i colleghi possano leggerne il contenuto, al di là del sentito dire, e possano anche trarne personalmente le dovute conclusioni.
Le due sentenze, è bene anticiparlo, arrivano alle stesse conclusioni a cui è pervenuta l’ANP fin dal momento dell’emanazione del D.lgs. 150/2009. Nel primo caso, quello di Napoli, la dirigente scolastica in questione aveva ritenuto di dover esercitare le prerogative che la modifica del D.lgs. 165/2001 le aveva assegnato e tale decisione era stata impugnata dalla Gilda-Unams di Napoli con l’accusa di comportamento antisindacale, ai sensi dell’art. 28 della legge n. 300/1970. Il giudice del lavoro adito, in sede di prima istanza, con proprio decreto riconosceva l’antisindacalità del comportamento della dirigente e le ordinava di rimuovere gli effetti, avviando immediatamente le procedure previste dall’art. 6 del CCNL comparto scuola. La dirigente in questione proponeva opposizione avverso il decreto ritenendolo fondato su un’erronea interpretazione del D.lgs. 165/2001 e chiedeva l’annullamento del decreto. La Gilda-Unams decideva di costituirsi in giudizio chiedendo il rigetto dell’opposizione.
A questo punto il giudice, questa volta con sentenza, accoglieva l’opposizione e revocava il precedente decreto, riconoscendo la validità della tesi sostenuta dalla dirigente scolastica.
A distanza di mesi la Gilda-Unams decideva di interporre appello, chiedendo di riformare la sentenza e di riconoscere il comportamento antisindacale della dirigente scolastica. Questa volta era l’amministrazione scolastica a costituirsi in giudizio e a chiedere la conferma della sentenza.
Ricostruito il percorso della causa, non resta che ricordare che l’appello è stato rigettato con vittoria della coraggiosa dirigente napoletana. Ma quello che a noi preme è il rimando alla lettura delle dettagliate argomentazioni della corte giudicante (in appello il giudizio spetta ad un collegio giudicante e non ad un giudice monocratico come nel primo grado di giudizio), anche perché forniscono precisa evidenza dell’approfondita analisi della materia operata dalla corte e della fondatezza delle ragioni che hanno ispirato il comportamento della dirigente scolastica dell’istituto di Napoli.
Anche nel caso di Bologna il giudice di prime cure, a seguito di ricorso da parte della FLC-CGIL e della CISL-Scuola di Imola e di Bologna, aveva emesso un decreto di condanna per comportamento antisindacale a carico di tre dirigenti di istituti scolastici di Imola, Porretta Terme e Ozzano Emilia, per essersi rifiutati di sottoporre a contrattazione le materie contenute nelle lettere h), i) ed m) dell’art. 6 del CCNL di comparto. Decreto successivamente revocato dal giudice del lavoro con sentenza di primo grado. Le due organizzazioni sindacali avevano deciso di proporre appello contro la sentenza, adducendo come motivazioni l’estraneità delle materie di cui alle lettere h), i) ed m) all’ambito di competenza attribuito al dirigente e la permanenza della norma contrattuale a seguito del congelamento del CCNL di comparto.
Anche in questo caso il collegio giudicante, prima di respingere l’appello di parte sindacale, introduceva una ricchissima serie di considerazioni che suffragavano la tesi di un cambio sostanziale del quadro normativo, che veniva sintetizzato in questo passaggio: “La lettera dei summenzionati recenti interventi normativi è chiaramente diretta al restringimento dell’area della contrattazione collettiva, nel pubblico impiego in generale e nel settore della scuola in particolare, da ciò enucleandosi la ratio legis, nel senso di un forte rafforzamento delle prerogative dirigenziali, che costituisce criterio direttivo per l’interprete nell’esame delle specifiche fattispecie: in tale esplicitato quadro si porrebbe in insanabile contrasto con l’attribuzione alla contrattazione (nazionale e/o integrativa) proprio dell’attività di determinazione dei criteri per l’individuazione e l’assegnazione del personale agli uffici e alle attività di cui alle lettere h), i) ed m) in cui maggiormente si realizza il ruolo organizzativo del dirigente.”.
Tutto il resto lo lasciamo alla lettura e alla riflessione dei colleghi, soprattutto dei più giovani che non hanno esperienza delle dinamiche che si possono sviluppare ad un tavolo sindacale e che appariranno loro lontane anni luce dalla loro precedente esperienza di docenti, tranne i casi in cui abbiano fatto parte delle RSU del loro istituto, ma allora sedevano dall’altra parte del tavolo.
Si tratta di un’esperienza importante e centrale nella vita professionale di un dirigente, che metterà alla prova quelli che negli incontri di luglio e di agosto abbiamo definito i capisaldi di un dirigente: la solidità delle competenze e la saldezza dei principi.
Quando i dirigenti nei prossimi giorni metteranno mano alla bozza di contratto integrativo d’istituto - competenza che lo stesso CCNL di comparto affida loro - sarà indispensabile che tengano fermi i paletti fissati dalla legge (che ha carattere imperativo e inderogabile) e che la giurisprudenza ha esplicitamente validato. Assumere il ruolo di “parte pubblica” è una responsabilità che qualifica la funzione dirigenziale, a condizione che siano chiari i presupposti. Alla parte sindacale sono dovuti disponibilità e rispetto del suo ruolo, ma esiste un confine oltre il quale non si può andare perché si entra nella terra del “cedimento” e della “illegittimità”, che è preclusa a chi è garante dell’interesse generale - che deve essere sempre mirato al miglioramento continuo del servizio scolastico - e del rispetto della legge.

                                                                                                                                                                                                        Massimo Spinelli
 

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L'Anp ha inviato oggi una lettera del Presidente nazionale Giorgio Rembado, al Presidente del Consiglio ed ai Ministri Giannini, Padoan e Madia, per richiamare l'attenzione dell’Esecutivo sulle inaccettabili inadempienze relative alle retribuzioni dei dirigenti degli istituti scolastici.

Da due anni, infatti, molti colleghi si vedono negato il diritto alla retribuzione contrattualmente spettante: molti non ricevono la retribuzione di risultato, altri non percepiscono neanche la retribuzione di posizione variabile, tra i dirigenti di più recente nomina alcuni non hanno ancora avuto l’adeguamento stipendiale, le reggenze non sono pagate in molte regioni, i contratti regionali sono quasi tutti bloccati e non sono ancora aperti i tavoli per la nuova contrattazione.

La lettera di oggi è un ultimo sollecito per trovare una soluzione extragiudiziale al problema. L’Anp, nel sostenere i diritti dei dirigenti ad un’equa retribuzione, ha tentato la via amministrativa e quella politica, ha promosso un’azione di protesta sindacale che ha raccolto grandi consensi ma nessuna concreta risposta, ha ripetutamente sollecitato il Ministero e ha promosso in Senato alcuni emendamenti - trasformati in ordini del giorno accolti dal Governo ai quali, però, non è stata data ancora attuazione.

Oggi è stata ribadita la richiesta di una soluzione immediata in ordine a:

•calcolo del FUN
•sblocco delle contrattazioni regionali
•pagamento delle spettanze degli ultimi due anni

 Qualora anche l’odierna sollecitazione rimanesse inascoltata, non si potrà che procedere alla promozione di azioni davanti al giudice del lavoro. L’Anp ha tentato fino all’ultimo di trovare altre soluzioni, nella consapevolezza che un’azione legale è sempre onerosa per gli interessati. Ciò nonostante ha già incaricato i propri legali di mettere a punto delle strategie per promuovere una serie di azioni calibrate sulle varie fattispecie di conflitto e sulle diverse situazioni regionali.

Ci auguriamo, naturalmente, una tempestiva risposta dell’Esecutivo che risolva definitivamente il problema e risparmi ai dirigenti il peso di un’azione legale.

Forniremo tutte le informazioni sugli ulteriori sviluppi.

Leggi la lettera e l' akkegato

Abbiamo deciso che era ora di dare una nuova veste grafica e una nuova struttura al nostro sito regionale, per sottolineare la svolta che l’anno scolastico che si è appena aperto rappresenta per il sistema scolastico lombardo e per offrire a soci e non soci uno strumento di lavoro, di confronto e di consultazione sempre più aggiornato ed utile.
La novità più rilevante è costituita dall’inserimento negli organici regionali di ben 496 nuovi dirigenti (343 a giugno e 153 a fine agosto; ad altri quattro vincitori di concorso è stato assegnato il solo contratto a tempo indeterminato in quanto impegnati al momento in altro incarico amministrativo). Questo sta a significare che rispetto all’organico regionale di 1.133 posti  (1.145 istituzioni scolastiche + 19 CPIA – 31 istituti sottodimensionati) la Lombardia vede rinnovato il 44% dell’organico dei dirigenti scolastici. Si è dunque finalmente posto rimedio all’anomalia lombarda, che ha visto negli ultimi due anni scolastici gli istituti e i dirigenti scolastici gravati da oltre 400 reggenze, una situazione che più volte abbiamo definito ai limiti della sopportabilità, e che ha retto grazie all’abnegazione di coloro, dirigenti e collaboratori, che si sono fatti carico della pesante situazione di emergenza.
La svolta dunque c’è stata e la maggioranza degli  istituti scolastici lombardi potrà contare su un dirigente titolare. Ma non siamo ancora a pieno regime, anche in conseguenza dell’improvvisa eliminazione dell’istituto del trattenimento in servizio per il personale che ha raggiunto i limiti di età introdotta dal DL n.90/2014, norma che ha prodotto una nuova disponibilità di sedi vacanti, superiore al numero degli idonei inseriti nella graduatoria di merito del concorso a dirigente scolastico della Lombardia ed opportunamente “arruolati” nei ranghi regionali. L’USR ha provveduto a pubblicare l’elenco delle 79 sedi (34 vacanti, 33 sottodimensionate, 12 affidate con incarico nominale a dirigenti in particolare posizione di stato) da destinare alle reggenze annuali 2014/15 e, con provvedimento successivo, ha attribuito 12 incarichi di presidenza e le reggenze necessarie al completamento delle disponibilità. Le 79 sedi vacanti, nel momento in cui scriviamo, sono già salite a 82.
Il problema delle reggenze è dunque rientrato entro limiti quasi fisiologici, ma è necessario che l’amministrazione scolastica pianifichi i suoi interventi sulla proiezione del fabbisogno di dirigenti per i prossimi anni e che, come promesso dal governo, venga bandito entro il 2014 il nuovo concorso ordinario, anche in rapporto alle esigenze della Lombardia e dei vuoti di organico che prevedibilmente si produrranno al primo settembre 2015. Un’occasione da non sottovalutare, anche ai fini di un’attenta valutazione del pesante contenzioso che ancora grava sulla tribolata procedura concorsuale bandita nel 2011 e della ricerca di una soluzione che tenga conto di alcune situazione giuridiche in attesa di definizione.
Il nuovo anno scolastico segna anche un passaggio di testimone ai vertici dell’USR della Lombardia. Il dr. De Sanctis ha dovuto lasciare il servizio per gli effetti del DL n. 90/2014 e la procedura per l’individuazione del nuovo Direttore generale della Lombardia sarà chiusa probabilmente attorno alla metà di settembre. Non abbiamo elementi per anticipare nomi o fare previsioni; ci limitiamo ad auspicare che la persona chiamata a ricoprire la carica appartenga al mondo della scuola, che voglia misurarsi con la complessità del sistema scolastico lombardo e sia disponibile ad ascoltare chi nella scuola vive e ne garantisce quotidianamente il funzionamento.
Il nuovo anno scolastico coinciderà anche con l’avvio del Sistema Nazionale di Valutazione. Era il 21 novembre del 2013 quando, come ANP Lombardia, organizzammo il nostro primo Convegno sulle prospettive della valutazione di sistema affidata all’attuazione del DPR n. 80/2013. Le nostre aspettative erano alte allora e lo sono ancor più adesso, anche alla luce delle importanti indicazioni che lo sviluppo del progetto Vales ha prodotto e continua a produrre. Il coinvolgimento di tutti i nuovi dirigenti scolastici nel progetto costituisce una scelta lungimirante, che dà senso e contenuto all’anno di prova e alla formazione prevista dalle norme e che mira a potenziare le competenze nell’ambito della pianificazione strategica, del controllo di gestione e della rendicontazione sociale. Ma è fondamentale che l’intero sistema scolastico regionale accetti la sfida della valutazione di sistema, a partire dalla redazione del Rapporto di autovalutazione e del Piano di miglioramento, come una fondamentale occasione per dare evidenza del patrimonio di professionalità che alberga in molte scuole della regione.
Il nuovo anno scolastico coinciderà anche con altre innovazioni di rilievo: citiamo tra le tante l’implementazione delle strategie inclusive finalizzate a potenziare la capacità degli istituti di rispondere adeguatamente ai bisogni educativi speciali ed anche l’estensione ai licei e agli istituti tecnici dell’applicazione della metodologia CLIL per l’insegnamento di una disciplina non linguistica in lingua straniera. Anche in questi casi, ma se ne potrebbero citare anche altri, la risposta delle scuole deve essere “alta”, rigettando ogni ipotesi di riduzionismo o di risposta in termini burocratici e formali.
Il nuovo anno scolastico coinciderà infine con il prossimo lancio del Piano per la scuola di iniziativa del Governo, di cui molto si parla ma del quale si conoscono al momento poco e male gli effettivi contenuti. Si è creato un clima di aspettativa nel quale, come sempre accade in questi casi, le speranze si accompagnano ad esplicite prese di posizione critiche. Per tradizione l’ANP non partecipa alla ridda delle voci e delle anticipazioni, ma non si tirerà indietro quando si passerà dagli annunci alle proposte politiche e si tratterà di entrare nel merito dei problemi. L’enfasi che si sta attribuendo al Piano della scuola farebbe pensare ad interventi particolarmente significativi; se così fosse di certo non ci dispiacerebbe, anche perché da tempo immemore sosteniamo che la scuola italiana debba seriamente “cambiare verso”, soprattutto in riferimento alla logica centralistica che la governa, alla valorizzazione dell’autonomia scolastica, all’introduzione di meccanismi che responsabilizzino il sistema e i suoi operatori, nessuno escluso, e consentano di riconoscere le migliori professionalità. Non sarebbe tra l’altro secondaria, in un quadro di cambiamento di verso, la decisione di porre fine alla lunga moratoria contrattuale e riaprire un confronto sui problemi perequativi colpevolmente ignorati per troppo tempo.
Lo scenario generale mostra alcune luci contornate ancora da zone d’ombra; ma l’avvio di un nuovo anno scolastico deve necessariamente essere accompagnato da una notevole dose di “ottimismo pedagogico”, una qualità fortunatamente diffusa tra tante donne e uomini di scuola e che abbiamo raccomandato anche ai nuovi dirigenti di coltivare. Si tratta di una carica particolare che serve ad autoconvincersi che ce la si può fare, che ce la dobbiamo fare, perché c’è in gioco il futuro dei ragazzi che ci sono stati affidati.
Buon anno scolastico a tutti!

Massimo Spinelli

 

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 Sit-in davanti al MIUR il 23 gennaio

È di queste ultime ore la vicenda dell’annullamento del recupero forzoso da parte del MEF degli incrementi stipendiali del personale della scuola legati agli scatti di anzianità. L’operazione non può che riscuotere il nostro plauso, ma sarebbe inaccettabile se alla solerzia dimostrata in questo caso corrispondesse l’assoluta indifferenza nei confronti del blocco della retribuzione accessoria di cui sono vittime i dirigenti scolastici. A meno che la molla che fa scattare l’interesse dei decisori politici sia legata più ad un calcolo quantitativo che alla tutela dei diritti soggettivi.

È ormai da più di un anno che la questione delle risorse disponibili per l’attribuzione della retribuzione di posizione parte variabile e della retribuzione di risultato si trascina tra polemiche e ritorsioni, con il conseguente blocco della certificazione dei CIR regolarmente sottoscritti sulla base dello stanziamento a suo tempo comunicato agli Uffici scolastici regionali da parte della competente Direzione Generale del MIUR. Il CIR 2012/13 per la Lombardia è stato sottoscritto il 7 giugno 2013 sulla base di un riparto del FUN che ha assegnato alla nostra regione € 19.121.802,21. (cfr. Alcune osservazioni sul CIR- giugno 2013)

Ripercorriamo la vicenda. MIUR e OO.SS. dell’Area V hanno concordato la quantificazione delle risorse del FUN (Fondo unico nazionale) da ripartire proporzionalmente tra le regioni al fine di adeguare la retribuzione accessoria dei dirigenti scolastici, applicando correttamente tutti i parametri contrattuali (comprese le RIA dei colleghi cessati dal servizio) e rispettando il vincolo introdotto dal DL 78/2010 secondo il quale (art. 9, comma 2-bis) “2-bis. A decorrere dal 1° gennaio 2011 l'ammontare complessivo delle risorse destinate annualmente al trattamento accessorio del personale, anche di livello dirigenziale, di ciascuna delle amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, non può superare il corrispondente importo dell'anno 2010 ed è, comunque, automaticamente ridotto in misura proporzionale alla riduzione del personale in servizio.

Ma mentre il MIUR, d’intesa con le OO.SS. dell’Area V, ha ritenuto di quantificare l’ammontare del FUN secondo la normativa pre-vigente e di ridurlo successivamente entro il tetto 2010 in proporzione alla riduzione del personale in servizio, l’UCB (Ufficio centrale di bilancio del MEF) ha preteso di imporre il proprio sistema di calcolo basato prima sulla riconduzione dell’ammontare del FUN dentro il tetto 2010 e poi operando un ulteriore riduzione in proporzione al personale in servizio.

Nel primo caso sarebbero garantiti il pieno rispetto della norma (rispettare il tetto 2010) e contemporaneamente l’attribuzione alla categoria dei modesti incrementi derivanti dall’utilizzazione delle RIA. Nel secondo caso al FUN già comunicato agli UU.SS.RR. (e utilizzato per sottoscrivere il CIR 2012/13) verrebbero tagliati circa 16 milioni di euro, che corrisponderebbero ad una decurtazione media della retribuzione accessoria dei dirigenti scolastici di 1.800/2.000 euro annui.

Non avendo la posizione dell’UCB un solido fondamento giuridico e avendo, al tempo stesso, la Direzione generale per la politica finanziaria e per il bilancio del MIUR confermato per iscritto la correttezza del suo operato, qualora si procedesse secondo gli intendimenti dell’UCB si configurerebbe un vero e proprio “scippo” ai danni dei dirigenti scolastici di risorse (le RIA) che sono il prodotto del loro lavoro; e questo sarebbe intollerabile.

Non possiamo infatti dimenticare che il tutto avviene in corrispondenza di una moratoria contrattuale che va avanti dal 2010, che il MIUR non ha onorato l’impegno di destinare la somma di 5 milioni di euro ai dirigenti provenienti dal concorso ordinario, che nel frattempo il carico di lavoro dei dirigenti scolastici è sensibilmente aumentato a seguito del dimensionamento scolastico. A questo in Lombardia si aggiunge la grave situazione di emergenza causata dal blocco del concorso, che ha prodotto l’assegnazione di oltre 430 incarichi di reggenza e le gravi disfunzioni, da tempo segnalate all’USR, delle RTS nell’attribuzione dei compensi dovuti ai dirigenti (anche per quanto riguarda l’indennità di reggenza), in termini di ritardi, di mancanza di trasparenza nella compilazione dei cedolini, di incoerenza tra le procedure adottate dalle diverse RTS provinciali. Né può essere ignorata la situazione che verrà a verificarsi all’atto dell’affidamento dei nuovi 355 incarichi dirigenziali qualora gli intenti dell’UCB dovessero trovare attuazione a seguito di un atto unilaterale dell’Amministrazione (di certo l’ANP non sottoscriverebbe mai un nuovo CIR “tagliato”). Questa è la situazione che ci troviamo di fronte e che grava in particolare sulla testa dei dirigenti e dei futuri dirigenti della Lombardia.

I dirigenti scolastici in questi anni hanno dato un notevole testimonianza di moderazione e di responsabilità; ma la pazienza si esaurirebbe di fronte al tentativo di danneggiarli in ragione di un astruso calcolo ragionieristico finalizzato soltanto a fare cassa.

Per questo motivo l’ANP ha deciso di portare la testimonianza della protesta della categoria davanti al MIUR nella mattina di giovedì 23 gennaio. Il nostro appello è rivolto a tutti i dirigenti scolastici, soci e non soci, affinché la partecipazione e la protesta, ancorché civile e composta, richiami l’attenzione della politica e dell’opinione pubblica su una categoria che si sta facendo carico tra mille difficoltà del buon funzionamento del servizio scolastico e che non merita di essere ignorata né umiliata.

Massimo Spinelli

L'avvio del nuovo anno scolastico sta riportando alla ribalta il tema della contrattazione integrativa d'istituto, perché i tempi contrattuali lo richiedono e perché la pianificazione iniziale delle attività e del funzionigramma d'istituto richiama anche la necessità di utilizzare nella maniera più produttiva le risorse (purtroppo scarse) destinate alla retribuzione accessoria del personale docente e non docente.

Quest'anno scolastico si apre con alcune novità che meritano un supplemento di attenzione e di riflessione per tutti gli attori in campo; novità che rischiano di rendere più complessa la gestione del sistema delle relazioni sindacali, già di per sé connotato dalla difficoltà di conciliare culture gestionali diverse e spesso contrapposte

1 - La situazione a livello di giurisprudenza

Ancora in questi ultimi giorni alcuni siti che si occupano di politiche scolastiche hanno ricordato gli effetti prodotti dalla sentenza del giudice del lavoro di Lucca e ricordato che la deliberazione circa la pianificazione delle attività del personale docente spetta al collegio docenti. Continua dunque a manifestarsi a livello di rete una tesi che sostiene l'insostenibile, che cioè l'attribuzione in esclusiva alla figura dirigenziale delle competenze relative alla gestione del personale e all'organizzazione del lavoro non si applica in ambito scolastico, dove è il contratto a costituire norma di riferimento. Dal momento che la stessa tesi viene sostenuta ai tavoli sindacali di molti istituti scolastici dai rappresentanti delle organizzazioni di comparto, risulta inevitabile ricordare alcune cose:

  • Resta fermo il principio, affermato dall'art. 65, commi 1 e 2, del D.lgs. 150/2009, secondo il quale: "1. Entro il 31 dicembre 2010, le parti adeguano i contratti collettivi integrativi vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto alle disposizioni riguardanti la definizione degli ambiti riservati, rispettivamente, alla contrattazione collettiva e alla legge, nonché a quanto previsto dalle disposizioni del Titolo III del presente decreto. 2. In caso di mancato adeguamento ai sensi del comma 1, i contratti collettivi integrativi vigenti alla data di entrata in vigore del presente decreto cessano la loro efficacia da 1° gennaio 2011 e non sono ulteriormente applicabili"
  • La sentenza del tribunale di Lucca sostiene la tesi della antisindacalità del comportamento del dirigente che non è disponibile a sottoporre a contrattazione le scelte organizattive e gestionali; ma è stata impugnata ed è quindi necessario attendere la sentenza in sede di appello;
  • Prima della sentenza di Lucca sono stati emanati numerosi decreti ad opera dei giudici di prime cure e ben sei sentenze di primo grado (Bologna, Venezia, Napoli, Nuoro, Oristano, Catanzaro) che sostengono la tesi opposta; in ambito giurisprudenziale i numeri contano

Dopo la sentenza di Lucca è stata emessa dal tribunale di Napoli la prima sentenza di secondo grado, che in giurisprudenza ha il suo peso! La vicenda è particolarmente significativa e merita di essere ricostruita. Il 21 dicembre 2010 la Gilda-Unams presenta ricorso ex-art. 28 della legge 300/70 chiedendo al giudice di dichiarare l'antisindacalità del dirigente scolastico che si era rifiutato di portare in contrattazione le materie riferite alle lettere h), i) ed m) dell'art. 6 del CCNL comparto scuola. Il 7 febbraio 2011 il giudice dichiara, con decreto di prima istanza, l'antisindacalità del comportamento del dirigente e lo obbliga ad inserire nella contrattazione le materie di cui sopra. MIUR, USR Campania e Istituto scolastico propongono opposizione al decreto e la Gilda-Unams si costituisce chiedendo il rigetto dell'opposizione con vittoria delle spese processuali. Con sentenza di primo grado del 28 novembre 2011 il giudice accoglie l'opposizione e revoca il decreto del 7 febbraio. Il 15 maggio 2012 la Gilda-Unams propone appello avverso la sentenza.

Il giudice di secondo grado rigetta l'appello sulla base di motivazioni che meritano di essere citate: "…Né può al riguardo ignorarsi l'argomento che tende a valorizzare la ratio legis degli ultimi interventi normativi tesi a rafforzare notevolmente le prerogative dirigenziali, ratio che si porrebbe in insanabile contrasto con la attribuzione alla contrattazione collettiva nazionale e/o integrativa proprio dell'attività di determinazione dei criteri per l'individuazione e l'assegnazione agli uffici ed alle attività di cui alle lettere h), i) ed m) in cui maggiormente si realizza il ruolo organizzativo e gestionale del Dirigente." Ed ancora più avanti: "Né può condividersi la tesi dell'appellante secondo cui le lettere h) ed m) si limiterebbero alla fissazione di criteri ossia di parametri oggettivi di indirizzo su cui, successivamente, il Dirigente dovrà basare le proprie scelte organizzative. Appare infatti maggiormente convincente la tesi sostenuta dalla difesa erariale secondo cui il legislatore nella scelta dell'espressione <misure inerenti la gestione delle risorse umane> contenuta nell'art. 5, co. 2, del D.lgs 165/2001 ha volutamente utilizzato una dizione generica che ricomprendesse l'insieme delle attività necessarie all'espletamento del potere organizzativo/gestionale, sia attraverso la determinazione di criteri, sia tramite l'emanazione di provvedimenti, sia attraverso la definizione di procedure….. Da tutto quanto esposto, consegue che l'attività posta in essere dal Dirigente Scolastico non può dirsi antisindacale avendo egli legittimamente ritenuto di dover escludere dall'ambito della contrattazione collettiva integrativa le materie in esame in virtù dell'attribuzione delle stesse alle sue dirette prerogative".

Non credo che l'interpretazione del testo possa lasciare ancora margini di dubbio. D'altra parte è la parte sindacale (nelle sue diverse sigle), e non i dirigenti scolastici, che ha ricercato nei tribunali una conferma alle proprie tesi e spetterebbe alla stessa prendere atto dell'esito di questa verifica giurisprudenziale. Sarebbe pertanto opportuno non pretendere di ottenere a livello di istituto ciò che non è stato riconosciuto nelle aule dei tribunali e condividere una "normalizzazione" delle relazioni sindacali che andrebbe a tutto vantaggio del clima e della funzionalità degli istituti.

2 -  La sorte delle risorse MOF e la nota del MIUR

Il 17 settembre 2013 è pervenuta agli istituti scolastici la Nota MIUR prot. 6348 "Istruzioni per l'aggiornamento del Programma Annuale per l'e.f. 2013 periodo settembre-dicembre", nella quale si dà comunicazione alle scuole circa l'ammontare delle diverse voci di finanziamento. Per quanto riguarda la voce <Assegnazione per gli istituti contrattuali> si dichiara "Si rinvia a successiva comunicazione a seguire della necessaria intesa con le OO.SS., non ancora intervenuta in data odierna. Nelle more dell'assegnazione codesta Istituzione potrà provvedere unicamente alla contrattazione delle risorse eventualmente rimaste disponibili provenienti dagli anni scolastici decorsi, secondo la destinazione definita dalla medesima contrattazione.".

La Nota non solo sospende l'attribuzione delle risorse MOF (e non solo quelle relative al FIS), ma consiglia i dirigenti ad avviare una prima sessione contrattuale limitata ai residui degli anni precedenti, dimostrando di ignorare il fondamentale principio dell'unicità della sessione negoziale, per altro richiamato recentemente in sede di Circolare MEF n. 25 del 19 luglio 2012, con la quale sono state impartite istruzioni per la redazione della Relazione illustrativa e della Relazione tecnico-finanziaria.
Non ha dunque giuridicamente senso che il MIUR consigli alle scuole di procedere ad una doppia contrattazione, che assorbirebbe tra l'altro una quantità di tempo e di impegno dei dirigenti scolastici incompatibile con i loro doveri. Al tempo stesso non ha neanche senso che sia impedito alle scuole di avere contezza delle risorse disponibili in tempo utile ad avviare tempestivamente la contrattazione integrativa. È all'inizio dell'anno scolastico che gli istituti mettono a punto il funzionigramma d'istituto, le attività di tipo progettuale, l'eventuale arricchimento dell'offerta formativa; è dunque all'inizio dell'anno che è necessario sapere su quante risorse si può fare affidamento: è un diritto del dirigente che deve presentare la propria proposta di contratto integrativo alla parte sindacale, è un diritto del personale docente e non docente che deve sapere come saranno compensate le attività aggiuntive che il dirigente gli propone di assumere.
Tutto questo succede perché per il secondo anno consecutivo le OO.SS. di comparto, con l'esclusione della FLC-CGIL, puntano all'obiettivo del recupero degli scatti di anzianità per il personale che li matura del 2012 attingendo fondamentalmente ai fondi MOF.
È bene ricordare quanto già avvenuto lo scorso anno, quando si è trattato di recuperare le risorse per gli scatti maturati nel 2011. Il CCNL del 12 dicembre 2012 e le successive Intese del 30 gennaio e del 6 febbraio 2013 hanno ridotto l'ammontare complessivo dei fondi MOF (trattamento accessorio complessivo del personale della scuola) di circa il 33% (da 1.385,21 milioni di euro a 924,04 milioni di euro). Inoltre con la cosiddetta "rimodulazione" dei fondi si è aumentata la quota relativa ai primi otto mesi del 2013 (da 690,24 milioni di euro a 741,42 milioni di euro) e si è abbassata quella relativi ai restanti quattro mesi (da 345,12 milioni di euro a 293,94 milioni di euro). Quindi il nuovo anno scolastico parte già con un handicap iniziale.

Il taglio effettuato lo scorso anno è andato a toccare punti nevralgici dell'attività degli istituti: il FIS, le funzioni strumentali al POF, gli incarichi specifici al personale ata, le ore eccedenti, i progetti relativi alle aree a rischio e a forte processo immigratorio. Gli effetti a livello di istituzioni scolastiche sono stati pesanti, per l'impossibilità di corrispondere compensi adeguati e per l'incertezza sui finanziamenti che ha costretto in molti casi a trascinare la contrattazione per l'intero anno scolastico.

Ripetere la stessa operazione sul 2013/14 significherebbe infiggere un secondo colpo, forse letale, all'autonomia delle istituzioni scolastiche. Ne devono essere pienamente consapevoli l'Amministrazione scolastica centrale, che sembra assecondare tale soluzione, e le OO.SS. di comparto che spingono in tal senso. Ne deve essere edotto tutto il personale che opera nella scuola e gli stessi organi d'indirizzo degli istituti, affinché abbiano la capacità di opporsi al processo di depauperamento delle risorse che garantiscono il buon funzionamento del servizio scolastico.

3 - Che fare?

Spetta alle scuole assumere l'iniziativa, ed in particolare ai dirigenti scolastici unici titolari della funzione di "parte pubblica" nel sistema delle relazioni sindacali d'istituto. Attenersi alle indicazioni della Nota MIUR 6348 significherebbe assoggettarsi ad una logica dilatoria, funzionale agli equilibri burocratico-sindacali nazionali ma pesantemente disfunzionali per il servizio scolastico.
L'interesse degli istituti e del personale che vi opera richiede che si assuma l'iniziativa e che si cerchi di concludere tempestivamente la contrattazione integrativa d'istituto, in modo da dare certezza al personale impegnato nelle attività e destinatario di incarichi e funzioni. Da questo punto di vista il quadro normativo e contrattuale di riferimento consente al dirigente:

  • di adottare l'Atto di costituzione del Fondo per la contrattazione d'istituto, come previsto dalla Circolare MEF n. 25 del 19 luglio 2012, sulla base dell'attività istruttoria del Dsga; va rammentato che si tratta di un vero e proprio atto amministrativo, che richiede la formale adozione e che è propedeutico alla formulazione della proposta di contratto da presentare ad opera del dirigente alla parte sindacale.
    Il Fondo dovrà comprendere la quantificazione delle risorse presunte che spettano all'istituto in rapporto ai parametri modificati a seguito del CCNL 12 dicembre 2012 (€ 3.673,00 per ogni punto di erogazione del servizio - € 534,00 per ogni addetto individuato quale organico di diritto del personale docente e ATA - € 857,00 per ogni addetto individuato quale organico di diritto del personale docente e ATA degli istituti secondari di secondo grado). A queste andranno sommate le risorse che residuano dagli esercizi finanziari precedenti.
  • Sulla base dell'Atto di costituzione del Fondo il dirigente deve predisporre una proposta di contratto integrativo che tenga conto del POF adottato, del modello organizzativo che intende attuare, delle proposte pervenute dal collegio docenti, delle proposte pervenuta dal Dsga, dagli indirizzi e dalle priorità deliberate dal consiglio d'istituto (art. 88 del CCNL comparto scuola). È fondamentale che la proposta, tra l'altro, contenga una chiara clausola di salvaguardia, che consenta di intervenire a posteriori nel caso in cui il budget realmente assegnato all'istituto non corrisponda a quello ipotizzato nell'Atto di costituzione del Fondo. La clausola può avere carattere quantitativo (-x% per tutti i compensi compresi nel contratto), ma può avere anche carattere qualitativo (es. -x% per alcuni compensi, -y% per altri compensi; oppure -x% per alcuni compensi con esclusione di alcuni individuati come più importanti,…). È importante che la clausola sia chiara e che sia parte integrante dell'articolato del contratto.
  • Nell'affidamento degli incarichi e delle attività, che deve avvenire con atto formale individuale, dopo aver definito il contenuto preciso dell'incarico assegnato, con obiettivi e risultati attesi, andrà riportato il compenso presunto stabilito in sede di contratto integrativo, accompagnato dalla specifica che "il suddetto compenso è suscettibile di variazioni in sede di esatta quantificazione del FIS da parte del MIUR e di applicazione della clausola di salvaguardia inserita nel contratto integrativo".

4. Il Provvedimento del Garante per la privacy

Il Garante per la privacy ha recentemente assunto una chiara posizione in merito al divieto di pubblicazione dei dati nominativi del personale in rapporto all'effettuazione di lavoro straordinario, fattispecie che comprende anche i tabulati nominativi con i compensi individuali a favore del personale della scuola, richiesti dalla parte sindacale in sede di informazione successiva.
Sulla materia il Garante aveva già adottato un primo Provvedimento il 20 dicembre 2012 n. 431; più recentemente, con il Provvedimento del 18 luglio 2013 n. 358, ha riconosciuto che la materia rientra nell'articolo 19, comma 3, del Codice sulla privacy (D.lgs 196/2003), il quale recita: "3. La comunicazione da parte di un soggetto pubblico a privati o a enti pubblici economici e la diffusione da parte di un soggetto pubblico sono ammesse unicamente quando sono previste da una norma di legge o di regolamento.".

Considerando che non esiste legge o regolamento che autorizzino tale rilascio e che l'art. 6 del CCNL comparto scuola fa riferimento a "n) nominativi del personale utilizzato e progetti retribuiti con il fondo d'istituto, o)verifica dell'attuazione della contrattazione integrativa d'istituto sull'utilizzo delle risorse", il dirigente scolastico è tenuto:

  • ai sensi del punto n), a fornire l'elenco nominativo delle persone cui è stato affidato un particolare incarico o che hanno svolto progetti a carico del FIS, senza riportare i rispettivi compensi;
  • ai sensi del punto o), a fornire l'elenco per aggregati (gli stessi aggregati sui quali dovrebbe essere stato impostato il contratto integrativo) dei compensi corrisposti al personale, a seguito di rendicontazione delle attività, senza che ad essi corrispondano i nominativi del personale docente e non docente interessato al compenso individuale. Per ogni aggregato è sufficiente riportare una tabella con le voci "budget contrattato", "somma dei compensi liquidati", "residui".

5. L'atto unilaterale

Continuano ad arrivare dagli istituti ricorrenti segnali di trattative trascinate per l'intero anno scolastico (in alcuni casi anche oltre). A parte la situazione verificatasi lo scorso anno scolastico, in cui gli istituti sono stati lasciati per mesi senza informazioni e nell'impossibilità di operare, tali situazioni corrispondono ad una logica contrattuale che il dirigente non deve condividere, per rispetto dei suoi impegni e degli stessi interessi del personale che gestisce.

Già il CCNL comparto scuola, all'art. 6, comma 5, prevede che "…decorsi venti giorni dall'inizio effettivo delle trattative, le parti riassumono le rispettive prerogative e la libertà d'azione"; malgrado ciò è invalsa la consuetudine, del tutto erronea, di considerare il 30 novembre come data di conclusione delle trattative.

L'art. 40, comma 3-ter del D.lgs 165/2001, come novellato dall'art. 34 del D.lgs 150/2009, riprende ed amplia il potere d'iniziativa del dirigente, conferendogli la facoltà di adottare il testo contrattuale con proprio atto unilaterale, nel caso in cui si riveli impossibile raggiungere un accordo e si debba assicurare la continuità e il migliore svolgimento della funzione pubblica. Non è dunque una dichiarazione di guerra, né come tale deve essere intesa; si tratta semmai della responsabile presa d'atto da parte del dirigente che non esistono le condizioni minime perché sia possibile raggiungere un accordo rispettoso della sua proposta e degli atti di pianificazione adottati dall'istituto.

Nel momento in cui il dirigente arriva alla determinazione di fare ricorso all'atto unilaterale è tenuto a darne informazione preventiva alla parte sindacale, spiegando i motivi della sua decisione e assicurando la sua disponibilità ad arrivare anche successivamente ad un accordo.
Resta fermo il dovere di sottoporre all'organo di controllo (revisori dei conti) il testo contrattuale e le due relazioni previste dalla norma in attesa della dovuta certificazione. Resta fermo altresì il dovere del dirigente di tenere aperto il sistema delle relazioni sindacali con l'intento di arrivare ad una successiva sottoscrizione del contratto integrativo.

6. Conclusioni

Le novità di carattere normativo e giurisprudenziale ricordate in queste brevi note dimostrano come i riferimenti che orientano l'agire dei soggetti giuridici si evolvano nel tempo. Non sempre tale evoluzione corrisponde ad un adeguato aggiornamento delle norme di legge e pattizie, tanto più che la moratoria contrattuale, avviata nel 2010 e che si protrarrà per tutto il 2014, ha prodotto un significativo disallineamento tra il quadro normativo, aggiornato nel 2009 e negli anni seguenti, e il CCNL del comparto scuola fermo al 2007.

Considerato, però, il carattere "imperativo" e "inderogabile" della legge (art. 2, comma 2, del D.lgs 165/2001) al dirigente scolastico, rappresentante dell'interesse generale e custode del principio di legittimità, non è più concesso di trasferire sul piano contrattuale prerogative ricondotte nell'ambito della legge e dallo stesso esercitabili con i poteri del privato datore di lavoro. La legge si limita a sancire il suo dovere di fornire alla parte sindacale l'informazione su tutti gli atti di organizzazione e di gestione che è chiamato ad adottare, in modo da rendere trasparente il suo agire e i criteri che danno fondamento ai provvedimenti che assume nell'ambito delle proprie competenze.

È a questo quadro che entrambe le parti del sistema delle relazioni sindacali d'istituto sono tenute a fare riferimento, evitando controversie e pregiudiziali che servono soltanto ad inquinare il clima e il sistema delle relazioni tra le diverse componenti. Le scuole hanno bisogno di tutt'altro, soprattutto in un momento difficile come quello che il paese sta attraversando.

Massimo Spinelli

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Ancora un rinvio per il concorso a dirigente scolastico della Lombardia

Il Consiglio di Stato, che nella giornata odierna avrebbe dovuto pronunciarsi nel merito della sentenza di annullamento del concorso emessa dal TAR Lombardia, ha aggiornato i propri lavori al prossimo 4 giugno, deludendo per l’ennesima volta le legittime aspettative dei 404 idonei e di quanti si sono adoperati in questi lunghi mesi di attesa perché fossero riconosciuti i loro diritti e, al tempo stesso, si restituisse al sistema scolastico lombardo un livello di efficienza e di funzionalità adeguato alla sua tradizionale qualità.

Invece gli idonei dovranno predisporsi ad un’ulteriore snervante attesa, un’altra stazione di un infinito calvario, e l’anno scolastico si avvierà alla sua naturale conclusione con oltre 440 dirigenti reggenti che dovranno continuare a farsi in quattro per assicurare il puntuale e regolare svolgimento degli scrutini e degli esami finali. Evidentemente i cavilli giuridici hanno avuto la precedenza rispetto alla garanzia di un servizio adeguato ai bisogni degli utenti.

Malgrado tutto questo e malgrado le riserve di pazienza e di sopportazione degli idonei siano prossime allo sfinimento, sarebbe un grave errore dare la stura alla rabbia che si è andata accumulando in questi mesi e scatenare una ridda di accuse,di proteste e di rivendicazioni, che avrebbero l’unico effetto di fare il gioco di coloro che il concorso lombardo vogliono affossarlo.

Questa partita, non ci stancheremo di ripeterlo fino alla noia, la vincerà chi dura un minuto di più, quali che siano le provocazioni o le delusioni o i misteri che ormai avvolgono questa assurda vicenda. Bisogna limitarsi a chiedere giustizia e quanto maggiore è la compostezza di chi rivendica un proprio diritto tanto maggiore sarà l’attenzione di chi quel diritto è chiamato a tutelarlo.

Attorno alla questione del concorso lombardo in questi mesi si è consolidata un’unità d’intenti che vede coinvolti la Direzione scolastica regionale, la Regione Lombardia, il fronte pressoché compatto delle associazioni e dei sindacati di categoria. In punta di diritto questo potrà apparire poco influente, ma non se ne può ignorare il segnale politico.
Non stiamo parlando di una generica e rituale solidarietà riservata a persone che hanno dimostrato sul campo di avere le competenze adeguate per l’inserimento in una graduatoria di merito, ma della diffusa e radicata convinzione che salvare il concorso corrisponda al tempo stesso all’interesse degli idonei e a quello dell’intero sistema scolastico lombardo. Le firme raccolte il 29 aprile scorso sotto la Dichiarazione a favore della scuola lombarda esprimono questa comune volontà e costituiscono un punto fermo di cui si dovrà tener conto.

Rispetto a questo impegno non siamo disposti ad arretrare di un millimetro e saremo vigili, molto vigili, su quello succederà da qui a giugno.

Massimo Spinelli

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Abbiamo evitato in quest’ultimo anno di polemizzare sulla sconfortante vicenda del concorso lombardo a dirigente scolastico, anche se il nostro riserbo non ha mai significato disimpegno nei confronti dell’obiettivo di riuscire a portare a compimento la procedura concorsuale con l’attribuzione dei nuovi incarichi dirigenziali. Era il Coordinamento degli idonei a dover restare protagonista dell’iniziativa e ad occupare il centro della scena e siamo rimasti fermi in questa convinzione.

Se torniamo a parlare lo facciamo perché restare in silenzio rispetto al calvario cui sono stati sottoposti gli idonei e alle difficoltà che le scuole lombarde e i loro dirigenti stanno da mesi vivendo, costituirebbe una colpa grave che non intendiamo accollarci.
Del concorso l’ANP si è occupata ancor prima che la procedura venisse avviata, avendo avuto sentore che in troppi si apprestavano, “armando” i propri studi legali, a replicare la solita manfrina dei ricorsi, delle sospensive, delle ammissioni con riserva, dei recuperi, delle sanatorie,… L’ANP è riuscita da sola, e con il sostegno di una parte degli aspiranti dirigenti, a presentare i ricorsi ad opponendum, che sono stati determinanti nella difesa del concorso.
Con analoga fermezza abbiamo chiuso ogni spazio al tentativo di mettere sub judice la prova preselettiva ed anche in questo caso la recente sentenza del TAR Lazio ha dimostrato che abbiamo visto più lontano di altri.

Non potevamo, però, prevedere che ci si sarebbe appellati alla grammatura delle buste utilizzate nelle prove scritte e, soprattutto, che fosse possibile emettere una sentenza di annullamento delle prove sulla base di una constatazione de visu, non sostenuta com’è d’uopo in questi casi da una perizia tecnica, e che da questo si facesse discendere una sentenza di annullamento della graduatoria di merito, a prescindere dalla prova inconfutabile, non dimostrata e non dimostrabile, che alle commissioni di esame potesse essere imputato un comportamento scorretto.
Nessuno poteva prevederlo e invece è avvenuto proprio questo, con la conseguenza che gli idonei del concorso dell’Emilia Romagna, per i quali è stata usata una busta analoga, al primo settembre del 2012 sono diventati dirigenti, mentre gli idonei della Lombardia sono tornati nelle loro scuole e sulle loro classi e l’USR si è visto costretto ad assegnare 448 reggenze ai dirigenti in servizio.

Il susseguirsi di decisioni, di smentite, di rinvii, di sospensive accordate e poi ritrattate, di incarichi e di rinunce ha contrappuntato otto mesi di snervante attesa, lasciando sempre più preoccupati e perplessi, un tempo poco naturale per una questione che poteva essere risolta in poche ore. Nonostante questo abbiamo sempre ritenuto che, mantenendo i nervi saldi e la massima compattezza, le ragioni delle idonei prima o poi sarebbero state riconosciute. Alla luce degli avvenimenti di questi ultimi giorni non possiamo che confermare questa nostra convinzione e guardare con ottimismo all’udienza del prossimo 30 aprile.

Non possiamo, però, ignorare il fatto che la vicenda del concorso continui ad essere accompagnata da veleni e polemiche, che per mesi si sono mantenute striscianti e che invece da ultimo stanno venendo a galla.
Ci riferiamo in particolare al comunicato emesso dalla CISL Scuola e alle accuse di “stile leghista” indirizzate alle recenti dichiarazioni del Direttore De Sanctis.
Il comunicato sindacale induce a pensare che la posizione del Direttore abbia infastidito chi magari si stava già preparando ad utilizzare lo stallo della Lombardia per risolvere i problemi di altre code concorsuali; altrimenti che senso avrebbe un’accusa di separatismo e il riferimento alla “bustina semitrasparente”, insultante ed offensivo per coloro che il concorso lo hanno superato con merito?
Non ci permettiamo di essere gli esegeti del pensiero del Direttore generale, ma conoscendone gli intendimenti e la determinazione nel farsi interprete del disagio della scuola lombarda, riteniamo che il suo sostegno agli idonei e al loro interesse legittimo a veder riconosciuti i diritti acquisiti con l’inserimento in una graduatoria di merito, esprima semplicemente l’auspicio che l’organico regionale sia ricoperto da chi (proveniente dalla Lombardia e da tante altre regioni!) ha dimostrato il proprio valore sul campo, affrontando e superando una procedura concorsuale che è stata indubbiamente selettiva.
L’ANP Lombardia questo auspicio lo condivide pienamente e diffidiamo chiunque a dare a questo nostro fermo convincimento qualsiasi connotazione politica.

Chiediamo pertanto con forza che l’Amministrazione centrale si guardi bene dal prendere in considerazione il non tanto larvato “consiglio” ad aprire le porte della Lombardia ad eventuali esuberi da altre regioni; mentre è da auspicare che il MIUR segua la prossima udienza con la stessa attenzione dimostrata dall’USR per la Lombardia.

Un analogo appello lo rivolgiamo ai neoparlamentari della Lombardia, affinché nelle loro agende inseriscano anche questo tema, e al nuovo presidente della Regione Lombardia e a tutti i consiglieri, affinché si facciano da subito carico di un problema che rischia, se non risolto, di mettere definitivamente in crisi il sistema scolastico lombardo, a scapito della sua tradizionale efficienza e produttività.

Ai 404 idonei, dei quali conosciamo ed apprezziamo il senso di responsabilità unito ad una ammirevole tenacia, rinnoviamo l’invito a tener duro fino al 30 aprile, quando andremo a vedere le carte di chi ha voluto mettere a rischio il concorso senza preoccuparsi delle conseguenze di questa decisione.
Non resta che aspettare la sentenza del Consiglio di Stato, fiduciosi che la questione vada questa volta a decisione definitiva. l’ANP sarà in campo per valutarne gli effetti e farsi carico delle conseguenti iniziative, a cominciare dal sostegno alla proposta di assunzione immediata dei vincitori.

Massimo Spinelli

Siamo in periodo di Avvento e regolarmente sono scattati in molti istituti secondari di secondo grado i riti delle proteste, delle autogestioni e delle occupazioni. Non è nostra intenzione esprimere giudizi sulle motivazioni politiche e sociali che stanno alla base di tali iniziative, ci lascia soprattutto perplessi la ritualità delle forme con cui si esprime la protesta e delle parole d’ordine.
Ormai sappiamo che tra fine novembre e metà dicembre c’è un rito laico da celebrare e sorprende che lo si viva con crescente indifferenza, se non con una sorta di accondiscendenza verso una manifestazione di giovanilismo, da considerare quasi un rito iniziatico utile alla maturazione dei nostri giovani.

Magari nei piani dell’offerta formativa degli istituti autogestiti o occupati sono declinati tutti gli obiettivi che attengono al dovere di educare gli studenti alla legalità e alla conoscenza dei principi costituzionali, ma in periodo di Avvento questa responsabilità assegnata alla scuola subisce una specie di sospensione. Magari a gennaio, quando si cominceranno a traguardare gli scrutini del primo quadrimestre, si riprenderà anche ad educare alla legalità.

È in questo clima di “sospensione” che diventa possibile che il tentativo della dirigente del Liceo “Leonardo da Vinci” di Milano di opporsi all’occupazione violenta dell’istituto, di difendere la continuità del servizio scolastico, di proteggere il ricco patrimonio e la stessa struttura del liceo, diventi un eclatante fatto di cronaca, da condire con particolari più o meno folcloristici, un vero e proprio scoop, destinato più a sorprendere che a far riflettere.

Noi riteniamo, al contrario, che sia necessaria una profonda riflessione, che dovrebbe partire dall’espressione di una forte solidarietà a tutti i dirigenti che non si tirano indietro di fronte al dovere di difendere un interesse generale, che si chiama “servizio pubblico di istruzione”, e che dovrebbe concentrarsi sulle modalità con le quali, all’interno di un istituto scolastico, la componente studentesca dovrebbe esprimere le proprie posizioni, avanzare proposte, misurarsi con i problemi della scuola e del Paese. Per fare questo non servono riti iniziatici e non serve sfidare le regole che sono alla base di ogni esperienza di civile convivenza. L’espressione del diritto dei giovani ad esprimersi non è detto che debba necessariamente coartare il dovere di garantire la continuità e il funzionamento di un’attività istituzionale,che è posta al servizio dei cittadini ed è tenuta ad osservare il principio di legalità.

Si tratta di una riflessione difficile e complessa, perché si tratta di far dialogare visioni e culture non facilmente conciliabili. Ma bisogna avere il coraggio di promuoverla e di realizzarla, perché formare i cittadini di domani significa anche questo. Se questo convincimento prendesse il posto dell’indifferenza e della distratta tolleranza probabilmente il comportamento di una dirigente che si oppone, da sola insieme ad alcuni bidelli, ad un tentativo di occupazione, non farebbe più notizia e questo sarebbe il segno che anche il nostro può diventare un Paese normale.

Alleghiamo a queste breve riflessioni alcune raccomandazioni che sono rivolte ai dirigenti che possono trovarsi in situazioni di emergenza. La legge è tenera quando si tratta di “esuberanze giovanili” ma può diventare inflessibile quando si interessa di responsabilità imputabili a pubblici ufficiali. È bene allora, visto che l’Amministrazione centrale si guarda bene dall’interessarsi del problema, che si agisca in regime di mutuo soccorso e di solidarietà professionale.

Massimo Spinelli

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In questi giorni è pervenuta alle scuole una nota dell’USR con la quale è stata diramata la convocazione di un’assemblea sindacale di quattro ore, indetta dalla FLC-CGIL, in via Melchiorre Gioia, sotto il palazzo della Regione Lombardia per il prossimo 11 maggio.

Già nel maggio del 2007 i sindacati confederali (in quel caso insieme) convocarono un’assemblea in piazza del Duomo e già allora esprimemmo pubblicamente le nostre riserve. Oggi non possiamo fare diversamente e per ragioni che riteniamo, come allora, inoppugnabili.

L’assemblea è un istituto contrattuale molto importante, recepito tra le norme pattizie del comparto scuola in applicazione della legge 300/70, ma subordinato al rispetto di determinati requisiti previsti dal CCNL e dal CCNQ del 07.08.98. In particolare è previsto che l’assemblea debba svolgersi in “idonei locali sul luogo di lavoro concordati con la parte datoriale pubblica”.

Qualora si ritenesse la citazione non esaustiva aggiungiamo che l’ARAN, con propria Nota n. 4260 del 27.05.04, ha ribadito che “L’art. 2 del CCNQ del 7 agosto 1998 e i CCNL prevedono che le assemblee sindacali siano tenute in idonei locali concordati con l’amministrazione. Non è possibile utilizzare surrettiziamente l’istituto dell’assemblea per azioni sindacali che abbiano natura diversa”. Non riteniamo pertanto azzardato arrivare alla conclusione che utilizzare l’istituto dell’assemblea per promuovere “surrettiziamente” un presidio sia da considerare una decisione illegittima.
Vogliamo anche ricordare che nel 2004 un’organizzazione sindacale promosse un’assemblea-presidio davanti al CSA di Catania in orario di servizio. Alcuni dirigenti allora negarono al proprio personale l’autorizzazione a partecipare all’assemblea e contro di loro fu promosso ricorso al giudice del lavoro per comportamento antisindacale ex art. 28 della legge 300/70. Il giudice, accettando la tesi dell’Avvocatura dello Stato, rigettò la pretesa sindacale osservando:

  • che la manifestazione non poteva essere qualificata assemblea o ad essa assimilata;
  • che dal quadro normativo contrattuale si evince che le garanzie rivendicate dal sindacato attengono al diritto di assemblea in senso stretto e non già a manifestazioni (o quant’altro) svolte in luogo pubblico (Sentenza del 23 marzo 2005, Tribunale di Catania).

Sul piano giurisprudenziale non ci sembra che ci sia altro da aggiungere. Ma ci sono comunque altre ragioni che ci inducono a manifestare pubblicamente il nostro dissenso. Tra queste vanno annoverate la durata dell’assemblea (4 ore antimeridiane) e la coincidenza con la prova INVALSI di matematica nella scuola primaria.
Nel primo caso non può passare inosservata l’inopportunità di bloccare l’attività didattica di un’intera mattinata nell’ultimo mese dell’anno scolastico. La raccomandazione del ministro Fioroni di stare dentro “la durata massima di due ore” risale, è vero, al 2007, ma il buon senso non ha la data di scadenza.

Per quanto invece attiene alla coincidenza dell’assemblea-presidio con la rilevazione nazionale INVALSI nella scuola primaria o è casuale, e allora sarebbe necessario raccomandare agli amici della FLC-CGIL maggiore avvedutezza, o non è casuale, ma in questo caso la mancanza di coraggio nel dichiarare il vero obiettivo dell’assemblea-presidio evidenzia un’ambiguità di fondo che sorprende e lascia interdetti. Non escludiamo pertanto che possano arrivare a questa stessa conclusione i tanti docenti che magari avrebbero apprezzato una presa di posizione esplicita, ma che forse non apprezzeranno altrettanto una finta assemblea utilizzata per boicottare uno degli elementi portanti di un Sistema Nazionale di Valutazione, che gran parte degli operatori della scuola considera (come recenti statistiche fortunatamente dimostrano) un’importante opportunità per valutare la qualità del lavoro delle scuole.

Di una cosa siamo certi: che le conseguenze di tutto questo ricadranno sulle spalle dei dirigenti, che comunque dovranno fare fronte all’ennesima situazione di emergenza, dei docenti che non accorreranno in via Melchiorre Gioia e dovranno tamponare la situazione e degli alunni, qualora le assenze dei docenti non rendessero possibile la somministrazione della prova.

È sulla base di queste considerazioni, e per rispetto della professionalità che esprime gran parte del mondo della scuola, che non possiamo fare a meno di considerare la convocazione dell’assemblea sindacale dell’11 maggio un grave errore.

Massimo Spinelli

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Avremmo volentieri fatto a meno di scrivere questo editoriale, ma vi siamo stati trascinati per i capelli dall’incalzare degli eventi e dal rincorrersi di polemiche e proteste che, pur provenendo da fronti diversi, sono accomunate dallo stesso obiettivo: bloccare la procedura concorsuale per il reclutamento di 2386 dirigenti scolastici. In queste situazioni è bene che ognuno si assuma le proprie responsabilità pubblicamente, in modo che tutti i soggetti coinvolti a vario titolo, in primis gli idonei, titolari dell’interesse legittimo a proseguire una procedura che li ha visti superare una prova preselettiva di accesso alle prove concorsuali, abbiano la possibilità di valutare e di giudicare.

In un paese normale si entra nella pubblica amministrazione attraverso la procedura del concorso pubblico e non attraverso i decreti e le sentenze dei giudici amministrativi o del Consiglio di Stato. Un vezzo, questo, tutto italiano, amaramente collaudato nelle due precedenti tornate concorsuali del 2004 e del 2007, allorquando le due procedure allora adottate, a causa delle loro contraddizioni intrinseche, permisero a candidati privi del minimo requisito di partecipazione alle prove di accedere alla funzione dirigenziale attraverso il combinato disposto di un regolamento colabrodo e di leggine ad hoc, buone a sanare tutte le situazioni. Si tratta di vicende incresciose, a volte indecorose, che ci siamo trascinati dietro per anni, compreso il finale con annesso “congelamento” e successivo “scongelamento” dei colleghi siciliani, trattati alla stregua di surgelati.

Quando nel 2007 il MIUR ha messo mano alla riforma del regolamento per il reclutamento dei dirigenti delle istituzioni scolastiche era chiaro per tutti, amministrazione e organizzazioni sindacali dell’area V, che non si sarebbe più dovuto permettere che si ripetessero gli errori e gli orrori del passato. A tal fine ci si è preoccupati di eliminare dalla procedura tutte le occasioni di contenzioso e gli spazi per valutazioni discrezionali:

  • esiste una sola modalità concorsuale di accesso alla dirigenza, quella ordinaria;
  • la valutazione dei titoli, uno degli elementi più critici, è stata spostata dalla fase di accesso a quella di valutazione terminale (dopo che i candidati abbiano quindi dato prova delle loro competenze nella preselezione, nei due scritti e nel colloquio);
  • la fase di accesso è stata affidata ad una prova preselettiva, sull’esempio dei più avanzati modelli europei e di prassi già sperimentate in altri settori della pubblica amministrazione;
  • è stato eliminato l’incremento del 10% degli idonei rispetto ai posti messi a concorso;
  • la seconda prova scritta è stata opportunamente tarata su un’analisi di caso gestionale, anziché su una generica ipotesi progettuale;
  • sono state eliminate le code a scorrimento degli idonei non rientranti nel numero dei posti messi a concorso;
  • è stata definita la cadenza triennale dei concorsi, pur subordinandola all’autorizzazione da parte del MEF.

Si poteva sperare che novità di questo rilievo potessero costituire un’adeguata garanzia al corretto svolgimento di un concorso invocato da tutti; ma evidentemente non si erano fatti i conti con le numerose categorie di “benaltristi” in servizio permanente effettivo (assieme ai loro studi legali), che prima ancora che si avviasse la fase preselettiva sono entrati in azione contestando il regolamento (non ancora sperimentato) nei suoi fondamenti, a partire dal possesso dei cinque anni effettivi di ruolo nella funzione docente ( benché ridotti rispetto ai sette anni richiesti dai precedenti regolamenti) e a seguire con le modalità selettive, a partire dalla prova di accesso.

Lo svolgimento della prova preselettiva ha ulteriormente scatenato reazioni ferine e implementato ricorsi giurisdizionali di massa, dove l’interesse legittimo a denunciare vizi procedurali o formali verificatisi nel corso della prova si è miscelata con la scelta del ricorso per il ricorso, nella convinzione che un’ammissione con riserva non si nega a nessuno (almeno così va di solito nel nostro bel paese!) e che non mancano parlamentari pronti a sostenere l’ennesima sanatoria, da infilare non appena possibile di soppiatto nel primo decreto “mille proroghe” di passaggio.

È bene precisare che il MIUR in occasione della prova preselettiva, della sua predisposizione e del suo svolgimento non ha dato dimostrazione di particolare efficienza, tutt’altro. In un paese normale un test preselettivo si svolge davanti ad un terminale, si schiaccia un tasto per individuare la risposta esatta, al termine della prova si ha in diretta l’esito della stessa. Da noi si è optato per la modalità Gutemberg, cioè per la pubblicazione di un ponderoso tomo non perfettamente impaginato e di non facile consultazione. La prova si è svolta dunque in condizioni non particolarmente agevoli, ha richiesto sicuramente un supplemento di attenzione e di impegno da parte dei candidati, ma sta di fatto che in condizioni di pari difficoltà alcuni hanno superato la prova e altri no. Ovviamente molti Soloni si sono esercitati nello spiegare al volgo che “ben altro” doveva essere il meccanismo di selezione in ingresso, che non è un test che può misurare la competenza professionale delle persone e ci sono tornate alla mente le vecchie diatribe degli ani ’70 e ’80 sulla valutazione soggettiva e oggettiva ed abbiamo capito, con profondo rammarico, che siamo ancora fermi al secolo scorso.

La parola ovviamente è passata agli studi legali (fortuna che c’è la scuola, le graduatorie e i concorsi!) e ai tribunali amministrativi, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di confusione, di decisioni contraddittorie, di ricorsi al Consiglio di Stato. Quando è stato chiaro che la mole dei ricorsi non rappresentava le istanze di chi riteneva di essere stato leso in un interesse legittimo, ma il tentativo di intorbidare le acque e di far passare ancora una volta la logica del “tutti ammessi con riserva” sotto il ricatto di bloccare e annullare per via giudiziaria il concorso, ci si è trovati di fronte al bivio: o subire o reagire. L’ANP ha scelto la seconda strada, non certo per convenienza come ci hanno fatto notare alcuni nostri iscritti risultati non idonei, ma per non apparire conniventi con logiche sindacali perverse e con un sistema istituzionale malato. Il nostro ricorso ad opponendum aveva questo significato: dire no ai soliti pateracchi, dove non vige il principio normativo ma la convenienza, l’accomodamento, la mediazione al ribasso, il grigio che si sostituisce al bianco e al nero, la scappatoia legale che nella culla del diritto rende legittima l’illegittimità.

Anche questa nostra scelta, rischiosa ma responsabile, ha dato la stura a chiassose e scomposte reazioni, ma non abbiamo deflettuto di un millimetro. Un’adesione in massa al ricorso ad opponendum avrebbe reso più efficace la nostra azione, ma il numero delle adesioni raccolte tra i candidati idonei in tutta Italia ci ha consentito comunque di partecipare alle convocazioni dei TAR (così sarà anche per la prossima convocazione presso il TAR Lombardia) e di rappresentare i diritti di chi è risultato idoneo, il concorso vuole portarlo avanti ed ha buone probabilità di vincerlo. Vedremo come andrà a finire, ma in ogni caso resteremo convinti delle nostre scelte e saremo pronti a ribadirle e a riproporle, senza tema di essere valutati e giudicati.

Ma i tentativi di ostacolare la procedura concorsuale non si sono fermati al livello delle controversie giudiziarie, per altro particolarmente insidiose. C’è stato da ridire sulla composizione delle commissioni di concorso, passate ai raggi x delle provenienze territoriali e delle estrazioni professionali, al punto che la Presidente della Commissione istituita dall’USR Lombardia ha ritenuto preferibile restituire l’incarico al Direttore regionale pur di non alimentare le polemiche e mettere a rischio il concorso. Anche in questo caso non si è avuto alcun ritegno nell’imbastire un giudizio sommario e pregiudiziale circa l’adeguatezza della persona a svolgere l’incarico e nel richiedere un passo indietro, in assenza del quale era prevedibile una nuova messe di ricorsi e di contenziosi.

Come se non bastasse abbiamo dovuto assistere sgomenti, da ultimo, anche all’incredibile ennesima contestazione circa la collocazione della Commissione di concorso all’interno degli uffici dell’USR, come se questo fosse un elemento che potesse influenzare l’operato dei commissari. Quando si raggiungono questi limiti vuol dire che si è superata la soglia del buon senso e occorre che qualcuno si assuma l’onere di richiamare tutti gli attori della vicenda ad una chiara assunzione di responsabilità.

C’è un interesse generale che va salvaguardato: fare in modo che la procedura concorsuale si svolga nella massima regolarità, affinché al primo di settembre i 335 vincitori del concorso possano assumere servizio nelle scuole della Lombardia. Nella ripartizione dei posti messi a concorso la nostra regione è già risultata penalizzata, dal momento che già oggi il numero delle reggenze assegnato è vicino a quota 410. Se la procedura concorsuale dovesse essere bloccata o anche solo rallentata il sistema scolastico regionale, già oggi messo a dura prova, probabilmente collasserebbe di fronte a circa 550 scuole prive del dirigente titolare. A questi problemi si aggiunge il prossimo intervento di dimensionamento della rete scolastica che affiderà in reggenza in modo automatico tutti gli istituti sotto i 600 alunni (400 nei comuni di montagna).

Chi ha a cuore i problemi della scuola dovrebbe rendersi conto di questa situazione e valutare alla luce di questa prospettiva l’azione dei tanti avvoltoi che continuano a svolazzare sul concorso a dirigente scolastico. Noi dell’ANP ce ne siamo resi conto fin dall’inizio e staremo in campo perché gli avvoltoi non l’abbiano vinta. Ci fidiamo dell’operato della Commissione, perché contiamo sulla professionalità e il senso istituzionale dei suoi componenti e dei dirigenti scolastici che ne fanno parte, non abbiamo alcun motivo per dubitare della loro correttezza, non nutriamo alcun pregiudizio né alcun sospetto e saremmo disposti a cambiare atteggiamento soltanto di fronte a fatti oggettivi dimostrati. Condividiamo la scelta di collocare la Commissione all’interno degli uffici dell’USR perché la soluzione istituzionale ci sembra la più opportuna e qualunque altra collocazione avrebbe richiesto l’adozione di particolari sistemi di protezione. Condividiamo la scelta della Commissione di adottare un programma di correzione intensivo, che dovrebbe consentire di rispettare le scadenze della procedura senza limitare i tempi tecnici necessari alla correzione. Condividiamo la scelta della Commissione di lavorare all’interno di uffici ai quali non è consentito di accedere perché chiusi a chiave anche quando la Commissione è al lavoro. Abbiamo infine apprezzato la decisione della Commissione di rendere pubblici i criteri di correzione delle due prove scritte, scelta che l’ANP ha proposto di generalizzare a tutte le regioni.

Vogliamo continuare a sperare e ad operare in un paese normale, nel quale la fiducia prevalga sul pregiudizio e la legge non sia applicata per i nemici e interpretata per gli amici. Per questo motivo ci adopereremo affinché il concorso possa svolgersi nella massima serenità ed essere considerato nella corretta logica costituzionale di uno strumento utile ad individuare le persone più preparate per svolgere una funzione fondamentale al servizio dello Stato e dei cittadini.

Massimo Spinelli

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Dal Tribunale di Napoli arriva la seconda sentenza (la prima è stata quella del Tribunale di Venezia) che riconosce la legittimità del comportamento di un dirigente che ha applicato il d.lgs.150/09, escludendo dalla contrattazione integrativa le ormai famose lette h), i), m) dell’art. 6 del CCNL del comparto scuola.

La sentenza di Napoli merita una particolare riflessione da parte di tutti i dirigenti scolastici, sia di quelli che ancora una volta si sono piegati alle pressioni della parte sindacale sia di quelli che ad oggi non hanno potuto sottoscrivere l’ipotesi di accordo per l’accanita resistenza sindacale, non tanto perché ancora una volta viene riconosciuta la giustezza della posizione assunta fin dall’inizio dall’ANP, ma soprattutto perché siamo in presenza di un ripensamento fondamentale da parte della magistratura del lavoro, che dovrebbe porre la parola fine ad una questione che si è protratta fin troppo a lungo.
Prima di Napoli ricordiamo soltanto un altro caso analogo, che riguarda il tribunale di Pesaro, ma in quel caso la contesa riguardava un’amministrazione locale.

In sede di prima decretazione il giudice del lavoro di Napoli aveva riconosciuto il comportamento antisindacale ex-art. 28 della legge 300/70 del dirigente dell’Istituto d’istruzione secondaria di primo grado “Salvatore Di Giacomo” e invitato il collega a sottomettersi alla posizione sindacale, attestata sull’inapplicabilità del d.lgs. 150/09 alla scuola. Ma il dirigente, benché soccombente, anziché ritirarsi in buon ordine e leccarsi le ferite non ha avuto esitazione a presentare istanza di opposizione al decreto assunto dal giudice di prime cure.
Qui è d’obbligo una prima conclusione importante: quando si è convinti delle proprie ragioni si deve avere il coraggio di difenderle, senza farsi frenare da preoccupazioni, pressioni, o forme più o meno velate di ricatti. In uno stato di diritto è la legge che definisce le posizioni e non le convenienze.

Il Tribunale di Napoli in sede di esame dell’istanza oppositiva ha riesaminato la questione ed è arrivato alla determinazione di rovesciare la motivazione del decreto iniziale, riconoscendo che l’art. 5, comma 2, del d.lgs.165/01 obbliga il dirigente a fornire esclusivamente informazione alla parte sindacale per tutto quello che attiene all’organizzazione del lavoro e alla gestione del personale.
In questo caso vale la pena aggiungere una seconda riflessione: il comportamento di un giudice che non esita a sconfessare un precedente decreto emesso dallo stesso Tribunale ha un valore “etico” che merita di essere sottolineato ed apprezzato.

Il dirigente e il giudice del lavoro di Napoli hanno scritto una pagina importante nella giurisprudenza relativa alle prerogative di un dirigente della pubblica amministrazione affermate da norme che hanno carattere imperativo e inderogabile.
La lettura della sentenza, che piaccia o non piaccia, la consigliamo a tutti gli attori in campo, nella speranza che si prenda atto della situazione, si rinunci definitivamente alle soluzioni opportunistiche, si depongano una volta per tutte le armi.
Ognuno deve fare il proprio mestiere e ognuno deve stare dentro al ruolo che gli assegna la legge, prima che il contratto di lavoro. Se ce ne convinceremo tutti sarà un bel passo avanti per il funzionamento delle scuole, anche di quelle lombarde.

Massimo Spinelli

In data 26 settembre 2011 quattro delle cinque organizzazioni sindacali rappresentative del comparto scuola hanno inviato ai dirigenti degli istituti scolastici della provincia di Milano una lettera, nella quale invitano gli stessi a “dare sollecito avvio alla trattativa al fine di assicurare gli accordi necessari in tempi certi.”.

Ma l’esortazione, di per sé pleonastica ed esornativa, è preceduta da due capoversi che racchiudono il vero senso della lettera e il vero intento dei mittenti: “le scriventi OO.SS. …sono impegnate nella difesa di tutte le prerogative contrattuali contenute nell’art. 6 del CCNL 2006/09”. “Non trovano pertanto fondamento quelle interpretazioni che pongono in antagonismo le funzioni dirigenziali nella gestione del personale con il diritto delle OO.SS. di contrattare l’organizzazione del lavoro negli istituti scolastici attraverso la definizione di criteri concordati.”.

Una prima riflessione la richiede quel “pertanto” che si fa discendere, in modo che si presume logico (ma che logico non è), dall’attribuzione dell’autonomia agli istituti scolastici, come se solo una contrattazione di tipo pansindacale garantisse l’autonomia stessa. Effettivamente si fa fatica a comprendere la relazione, soprattutto se la si collega anche all’immancabile riferimento al “rispetto delle competenze dirigenziali”, sulla cui sincerità avremmo parecchio da obiettare.

La seconda riflessione riguarda l’asserzione che qualcuno proditoriamente starebbe facendo passare l’interpretazione che le funzioni dirigenziali vanno contrapposte al diritto delle OO.SS. di contrattare l’organizzazione del lavoro negli istituti scolastici. Si vuole in qualche modo accreditare la tesi secondo la quale esiste un diritto sindacale a contrattare che qualcuno starebbe cercando di conculcare, per un bieco interesse di categoria.

Le cose non stanno così, come sanno anche gli estensori della lettera, anche se non sono disponibili ad ammetterlo, malgrado un ampio repertorio giurisprudenziale (siamo arrivati a diciassette decreti di rigetto di ricorsi per comportamento antisindacale a carico di dirigenti che non hanno esitato ad applicare norme imperative) abbia consolidato l’unica interpretazione possibile delle norme che oggi disciplinano la contrattazione integrativa d’istituto.

Il problema non sono le posizioni dell’ANP, che fin dal primo momento si è limitata non ad interpretare bensì a leggere le norme e a trarne le conseguenze, queste sì logiche. Il problema sta piuttosto nella pretesa che dirigenti dello Stato, che sono i primi garanti del rispetto della legge, si pieghino alla richiesta sindacale di tenere a riferimento tutte le materie di contrattazione previste nell’ormai famoso articolo 6 del CCNL e violino sia l’art. 5, comma 2, che l’art. 40, comma 1, del d.lgs. 165/01, come modificato nel 2009.

La richiesta di compiere un’azione illegittima non può essere soddisfatta da dirigenti che abbiano consapevolezza del loro ruolo e delle responsabilità a questo connesse e quindi la lettera è irricevibile.

Lo dimostrano i diciassette decreti dei Giudici del lavoro di tutta Italia. A titolo di esempio ci limitiamo a citare il dispositivo dell’ultimo decreto del Giudice del lavoro di Roma. “Deve escludersi che l’Amministrazione abbia posto in essere una condotta antisindacale…Gravando infatti direttamente sul dirigente l’obbligo di adottare gli atti organizzativi dell’ufficio ovvero di trattare con la parte sindacale per la stipulazione di contratti integrativi necessariamente il Dirigente era tenuto a fornire la propria interpretazione circa l’ambito temporale di applicazione del D,Lgs. 150/09.
Secondo le oo.ss. ricorrenti la norma in esame non avrebbe efficacia precettiva immediata…Tale interpretazione non appare condivisibile poiché nonostante la persistente vigenza del CCNL, le disposizioni del D.Lgs. 150/09 in tema di contrattazione integrativa di cui all’art. 65 co. 1 e 2 devono ritenersi imperative…….
Deve dunque ritenersi, ad avviso del giudicante, che a far data dall’01.01.2011 la contrattazione integrativa non possa svolgersi sulle materie attribuite all’esclusiva competenza del dirigente, e ciò con specifico riferimento all’organizzazione degli uffici ed alla gestione del personale, nonostante ciò comporti – contrariamente a quanto previsto per la generalità delle loro disposizioni – la sostanziale disapplicazione delle norme contenute nei contratti collettivi nazionali vigenti…
Non sono pertanto ravvisabili profili di censurabilità nell’operato datoriale,”.

Lo dimostra l’interpretazione letterale del comma 5 del d.lgs 141/2011, laddove si dichiara che ai contratti sottoscritti successivamente (al 15.11.09) si applicano immediatamente le disposizioni introdotte dal medesimo decreto e si aggiunge che le disposizioni che si applicano dalla tornata contrattuale successiva a quella in corso al momento dell’entrata in vigore dello stesso decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150, sono esclusivamente quelle relative al procedimento negoziale di approvazione dei contratti collettivi nazionali.

Lo dimostrano i numerosi rilievi pervenuti da parte dei revisori dei conti, con i quali è stato richiesto ai dirigenti di espungere dall’ipotesi di contratto integrativo, sottoposto a certificazione, le parti relative a materie rientrate nella riserva di legge.

Lo dimostra la vicenda della recente ipotesi di CCNI relativo alle assegnazioni provvisorie e alle utilizzazioni del personale scolastico, che ha costretto il Dipartimento della Funzione Pubblica a bloccare gli articoli che invadevano le prerogative dirigenziali.

Quelle che le organizzazioni sindacali di comparto si ostinano a definire interpretazioni infondate hanno invece fondamenta solide, e che fondamenta!
Se l’intenzione è quella di produrre ulteriore giurisprudenza crediamo che i dirigenti degli istituti della provincia di Milano non si lasceranno intimidire.
L’anno scorso la situazione transitoria poteva giustificare (ma fino ad un certo punto) soluzioni di mediazione e di compromesso. Adesso il quadro non presenta più ombre e i dirigenti sono consapevoli delle prerogative che la legge attribuisce loro. Speriamo che al più presto siano messi nelle condizioni di lavorare senza più essere sottoposti a indebite pressioni o essere destinatari di improprie esortazioni.

Massimo Spinelli

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Il 6 giugno u.s. il Giudice del lavoro di Genova ha rigettato il ricorso presentato da parte dello Snals al fine di riconoscere l’antisindacalità del comportamento della dirigente del Liceo “S. Pertini” ex art. 28 della legge 300/70.
Come in precedenti casi analoghi, agiti anche da altre sigle sindacali di comparto, la presunzione della parte ricorrente riguardava la decisione della dirigente:

  • di espungere dalla contrattazione integrativa d’istituto le lettere h), i) e m) dell’art. 6, comma 2, del CCNL di comparto, riferite a materie ritenute dalla dirigente stessa non più negoziabili ai sensi delle modifiche introdotte nel d.lgs 165/01 dal d.lgs 150/09;
  • di procedere con determinazione unilaterale sulle materie in questione, trasformandole in materie di informazione preventiva.

Si tratta di un copione ormai noto, dal momento che in tutti i casi fin qui esperiti si è partiti dall’assioma che la disciplina contenuta nel d.lgs 150/09 non sia applicabile alla contrattazione integrativa. Nel caso di Genova il giudice interpellato fornisce una chiara e ineccepibile disamina della questione, assumendo come norme di riferimento l’art. 40, comma 1, del d.lgs 165/01, come modificato dall’art. 54 del d.lgs 150/09 e l’art. 5, comma 2, del d.lgs 165/01, come modificato dall’art. 34, lettera a), del d.lgs 150/09. Poiché l’attuale testo dell’art. 9 del d.lgs 165/01 dispone che “fermo restando l’articolo 5, comma 2, i contratti collettivi nazionali disciplinano le modalità e gli istituti della partecipazione”, il Giudice di Genova giunge alla conclusione che nell’intera area della micro-organizzazione la fonte collettiva non può configurare relazioni sindacali diverse dalla sola informazione.

A questa prima fondamentale conclusione la sentenza fa seguire il richiamo alla novità introdotta ai sensi dell’art. 40, comma 3-ter, del d.lgs 165/01, che riconosce all’amministrazione il potere di procedere unilateralmente sulle materie oggetto di mancato accordo.

La sentenza affronta poi il nodo dell’applicabilità della clausola contenuta nell’art. 65 del d.lgs 150/09, riconoscendo senza margini di dubbio che il termine del 31 dicembre 2010 è applicabile ai soli contratti integrativi vigenti e non anche a quelli sottoscritti successivamente, per i quali le nuove disposizioni trovano immediata applicazione, con conseguente illegittimità di qualsiasi contratto che contenga clausole contrarie alle disposizioni del d.lgs 150/09, dal che il Giudice di Genova deduce che “del tutto legittimamente, quindi, la dirigente scolastica dell’Istituto Pertini ha rifiutato di negoziare una materia non più oggetto di contrattazione”.

Né viene considerata accettabile la tesi proposta dall’organizzazione ricorrente secondo la quale il congelamento del sistema premiale, sia a seguito dell’art. 9 del DL 78/10, convertito dalla legge 122/10, che dell’Intesa sindacale del 4 febbraio 2011, bloccherebbe tout court l’applicazione del d.lgs 150/09 in quanto il CCNL non risulta rinnovabile. Il Giudice di Genova motiva in questo caso il rigetto della tesi con il rovesciamento del ragionamento, sottolineando che l’obbligo di adeguamento alla norma dei contratti integrativi, unita al fatto che gli stessi non possono derogare ai contratti collettivi nazionali, induce ad affermare che gli stessi contratti collettivi nazionali siano immediatamente soggetti alla disciplina introdotta attraverso il d.lgs 150/09, altrimenti l’adeguamento obbligatorio dei contratti integrativi si porrebbe in contrasto con i contratti collettivi nazionali ad essi sovraordinati.

Osserva inoltre il Giudice che l’art. 65 non rinvia l’applicazione della norma alla prossima tornata contrattuale se non per gli aspetti procedurali, ma non per quelli sostanziali, come dimostra sia la ricostruzione sistematica della materia, sia l’immediata applicabilità di gran parte delle norme contenute nel d.lgs 150/09, sia il riconoscimento fondamentale, ricordato dal Giudice, che “la previsione sul riparto delle fonti, sulle materie di competenza esclusiva legislativa e sulle prerogative dei dirigenti si pongono a monte della contrattazione collettiva, ovvero la regolano e la inquadrano; si tratta dunque di disposizioni che, sulla base della nuova gerarchia delle fonti delineata dalla riforma, prevalgono sui contratti; non può quindi ritenersi che le norme sulle fonti siano demandate alla contrattazione collettiva, ossia ad atti che tali norme presuppongono.
[…] deve dunque affermarsi - conclude il Giudice appellato - l’intervenuta immediata caducazione, alla data di entrata in vigore del d.lgs 150/09, delle norme collettive che disciplinavano materie ora escluse dalla competenza della contrattazione, quali l’organizzazione degli uffici, la micro organizzazione e le prerogative dirigenziali, nonché le materie oggetto di partecipazione sindacale ai sensi dell’art. 9. Deve dunque ritenersi caducato l’art. 6 del CCNL 2006/09 nella parte in cui prevede come materia oggetto di contrattazione [segue la declaratoria relativa alle lettere h), i) ed m) del medesimo art. 6]
Tali materie rientrano nell’ “organizzazione degli uffici”, “gestione delle risorse umane nel rispetto del principio di pari opportunità”, “direzione”, “organizzazione del lavoro nell’ambito degli uffici”, materie tutte ormai riservate alle prerogative dei dirigenti.
Ne consegue la legittimità dell’operato dell’amministrazione.
Il ricorso deve pertanto essere rigettato.”

Ci sarebbe da augurarsi che la sentenza, nella sua esemplarità, possa costituire un punto fermo nel contrasto insanabile che per l’intero anno scolastico ha visto contrapposte le tesi dell’ANP, a sostegno dell’immediata applicabilità delle modifiche introdotte nel d.lgs 165/01, a quelle delle organizzazioni sindacali di comparto, schierate a difesa di un assetto contrattuale ormai superato; ma non ci facciamo soverchie illusioni. L’ostinata e pervicace resistenza di queste ultime ad accettare le nuove disposizioni legislative ha purtroppo disorientato una parte dei dirigenti scolastici, spingendo alcuni di essi ad adottare comportamenti negoziali non sempre coerenti e lineari. La fase di transizione, protrattasi per l’intero anno scolastico, non è stata facile per nessuno.

Grazie al coraggio di alcuni dirigenti che non hanno esitato a rischiare la via giudiziaria (e sono stati molti più numerosi di quanto inizialmente si potesse supporre) oggi l’interpretazione del novellato quadro normativo di riferimento si è andata assestando in forme sempre più lineari e convergenti.

Non c’interessa tanto sottolineare che i giudici del lavoro stiano dando ragione all’ANP, ci interessa invece verificare che a questo chiarimento sul piano giurisprudenziale si accompagni un’assunzione di responsabilità complessiva della categoria, che si rafforzi la capacità dei dirigenti di interpretare in modo autorevole il ruolo di rappresentanti di parte pubblica che la legge assegna loro, a cominciare proprio dal dovere di fornire alla parte sindacale un’informazione corretta ed esaustiva, che dia evidenza dei principi e dei criteri posti a base delle decisioni che la legge ha opportunamente ricondotto nella competenza esclusiva della funzione dirigenziale.

Se, a partire dal prossimo settembre, sapranno far tesoro di quanto accaduto in questi mesi, i dirigenti dovranno farsi carico responsabilmente dei problemi afferenti all’organizzazione del lavoro, all’utilizzazione delle risorse umane, al piano delle attività del personale docente ed ata, all’individuazione del funzionigramma d’istituto. Nella fase istruttoria della definizione delle decisioni operative sarà opportuno sviluppare il massimo coinvolgimento del personale, nella fase propedeutica alla loro adozione dovrà essere fornita adeguata informazione alla parte sindacale, ma l’adozione formale dei provvedimenti non potrà più essere subordinata né a votazioni collegiali né ad accordi. Infatti, essendo il dirigente unico responsabile dei risultati del servizio (responsabilità dirigenziale, come da art. 25, comma 1, del d.lgs 165/01) a lui solo compete l’onere decisionale in materia di organizzazione degli uffici e gestione del personale. La doverosa esigenza di trasparenza viene ad essere soddisfatta mediante lo strumento dell’informazione preventiva e successiva.

Questo è il quadro da cui si ripartirà dal prossimo settembre, indipendentemente dalla volontà o meno di mantenere vivo un contenzioso che ormai si confronta con un assetto giurisprudenziale sempre più consolidato. La nuova stagione negoziale difficilmente potrà ignorare quanto sostenuto in decreti come quelli adottati dal Giudice del lavoro di Genova. È interesse di tutti prendere atto del nuovo scenario e convincersi che l’autorevolezza di un dirigente si costruisce in un clima di condivisione che sia comunque rispettoso dei ruoli e delle funzioni.

Massimo Spinelli

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