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La grande occasione

Dal diario di una schizofrenica (download)

Caro diario,
anche la scuola del Bronx ha avuto la sua grande occasione.
In concomitanza con un superponte, durante il quale nessuno era reperibile, mi hanno contattato per proporre una visita da parte di ben due scuole americane interessate alla moda.
“ Certo che possiamo, anzi organizziamo anche una sfilata e il buffet” ho detto spavalda, in fondo è solo sabato e loro arrivano martedì.
La domenica sera ho telefonato a casa alle mie più fide prof per sapere se avessero potuto sciare (neanche un fiocco di neve!) e come stessero i figli (tonsillite, acetone e varicella) … poi ho buttato lì la notizia dell’evento.
Superato un secondo di imbarazzo, obiettano soavemente: “ Ma i nostri vestiti hanno già sfilato”.
“Tranquille, gli americani mica li hanno visti!”
Affare fatto!
Mentre vado a scuola penso a cosa sarebbe successo se avessi proposto la stessa cosa al liceone del centro: come minimo tre collegi, due vertenze e un paio di assemblee sindacali.

Tutta la scuola è in controllato fermento.
Farò le torte , apparecchierò, darò istruzioni e forse riuscirò a passare dal parrucchiere.
Ai grafici dò il grande compito di preparare bandierine e un grande poster di benvenuto.
“Cosa ci scriviamo raga?” chiede Luca ai suoi muti compagni. “Preside cosa devo scrivere qua in mezzo ?” indicandomi un tripudio di stelle, strisce, cappelli e altre stranezze.“Quello che vuoi, un augurio di benvenuto”. “In inglese?” tentenna. “Certo, fatti aiutare dalla prof”.
Vado senza dare peso allo strascicato: “Allora guardo su Internet …”.

Reclutate le modelle, le vestieriste e i tecnici del suono, che iniziano immediatamente a far tremare i vetri del quartiere con le prove audio, ottengo l’appoggio delle più creative delle prof che si catapultano a casa a preparare prelibatezze italiane.
Riesco perfino a passare dal parrucchiere. Va tutto troppo bene e mancano ancora due ore!

Appena imbrunisce, la luce dell’atrio davanti all’ingresso si fulmina e così, arrivando dalla strada, si devono percorrere 100 metri come in un film del giustiziere della notte.
”Cominciamo bene! Meno male che hanno messo il cartello di benvenuto!” penso prima che un WELCOMES in ITALY mi inchiodi sulla porta.
Una graziosa supplente di inglese si avvicina e mi chiede, molto gentilmente, chi sia quell’imbecille che ha scritto il cartello; rassicurata sul fatto che non sia io, mi aiuta a correggerlo.
Se prendo quelli di Google li strozzo: il traduttore fa in due minuti più danni di una testata nucleare.

“Preside sono arrivati tanti ragazzi” mi dice una collaboratrice scolastica con un sorriso a metà tra l’incredulo e il soddisfatto, neanche avesse incontrato Georges Clooney davanti al magazzino delle scope.
“Come tanti ragazzi?”
Che idiota a non averci pensato! Sono i fan delle indossatrici.
Arrivano per gruppi etnici. Primi gli italiani, compresi tre sospesi, capeggiati da Ciop e Ferdinando: il lardo e la mente. Ferdinando è un leader naturale, ha un altissimo QI ed è anche onestamente un bel ragazzo. Vicino a lui ti pare di stare insieme a un divo di Hollywood dentro un film americano. Con Antony Perkins in Psyco o con Jack Nicholson in Shining, a seconda dei giorni.
“Siamo qui per le donne” mi dice guardando a terra.
Gli dico che capisco il suo punto di vista, ma … la sala che abbiamo allestito è troppo piccola. Negozio con lui di fare una sfilata in Aula Magna solo per gli studenti all’indomani a patto che, stasera, li faccia sparire tutti.
D’accordo! Con i dovuti modi (spintoni, parolacce e qualche imprecazione) porta via tutti i compagni proprio un istante prima che arrivino i Latin Kings, che vengono salutati dai vetri da Pilar e Consuelo ancora mezzo vestite, ma già molto truccate. Anche Ferdinando è andato via senza fare storie. Dico:“Domani faremo una prova solo per voi”. Brontolano un po’, ma se ne vanno salutando pigramente quella che potrebbe essere la nazionale di rugby del Senegal e invece sono gli ammiratori di Chantal, splendida capoverdiana, che fa sembrare Naomi Campbell a vent’anni una povera donna.
Butto fuori anche loro e per poco non caccio anche gli anziani della ginnastica dolce e tutte le bimbe che il martedì vengono a giocare a pallavolo.
“Scusate,” dico alle mamme, “aspettiamo gli Americani, sapete siamo un po’ nervosi”.

Arrivano!
Saluti, convenevoli, scambi di doni, tante foto e poi parte la sfilata.
Tantissimi applausi e complimenti.
Ci rilassiamo e gli ospiti cominciano a bere e a piluccare dallo splendido buffet, che ha resistito fino al momento giusto solo perché presidiato da una delle nostre prof. più temibili.

È così interessante scambiare opinioni sui giovani e la scuola con colleghi che vengono da tanto lontano, percepire che idea si sono fatti di noi.
“Avete molti delinquenti qui?” chiede la preside di Miami.
“No cosa vi viene in mente, no questo in fondo è un quartiere tranquillo”.
“I vostri allievi vengono a scuola armati? Avete il metal detector?” domanda interessato il prof di Chicago.
“ Ma no, figuratevi”.
Confabulano un po’e poi un’ispettrice chiede: “Poco lontano dalla scuola abbiamo visto tanti ragazzi così strani, sono gli allievi di questa scuola?”
“I nostri? Nooo, a quest’ora sono a casa a studiare”.

“C’è un po’ d’acqua per favore?” Quando dico le bugie in inglese mi si secca la gola!

Il Dirigente …”dimezzato”


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