Le due scuole
Dal diario di una schizofrenica (download)
Caro Diario,
ho avuto la mia prima reggenza e posso, per la prima volta nella mia vita, osservare dall’interno due scuole contemporaneamente.
Una la conosco bene, è in uno dei quartieri che tutti chiamano affettuosamente Bronx. Dall’esterno sembra un disastro ma dentro è molto carina e ordinata.
L’altra, se fosse la scuola araba l’avrebbero chiusa da un pezzo per quanto è sporca e cadente, invece è un liceo prestigioso.
I ragazzi da lontano sembrano uguali invece sono diversi, a partire dal nome.
Nel Bronx si chiamano Maicol (scritto così), Nicholas, Shamantha, Sharon, Jessica e Kevin; nel liceo prestigioso sono tutti Pietro, Edoardo, Leonardo, Jacopo, Eleonora,Beatrice, Camilla, Lapo e Lupo Maria. Se c’è un Kevin di cognome fa O’Connors e non Esposito.
Anche le mamme sono diverse, al liceo si preoccupano di più dei loro figli.
Le care creature, che abitualmente fumano un campo di baseball alla settimana, scolano una distilleria prima di mettersi alla guida del suv del papi e si tirano l’equivalente dello stipendio di un precario, vengono ritenuti in vero pericolo solo quando varcano il portone delle scuola.
Giorni fa le mamme si sono catapultate alle 7.50 a scuola perché un pannello del peso di 40 grammi, più volte sollecitato dal lancio di scarpe e bottiglie, si era inclinato di alcuni gradi verso il basso.
Mi hanno scritto, ho risposto per iscritto, avvertito la Provincia, controllato giornalmente gli sviluppi.
Incalzate anche da un paio di prof, che non si sentivano sicure e avrebbero voluto evacuare la scuola o almeno avere presente il ministro della protezione civile, hanno fatto montare l’ansia e, dopo avere rotto le scatole anche ai rispettivi mariti, hanno chiamato i pompieri.
Il caposquadra, dopo avere dato un’occhiata, ha fatto intendere, con il solo inarcamento di un sopracciglio, che sarebbe stato pronto a rinfrescare all’uditorio il concetto di linguaggio da caserma se solo ancora un’altra mamma avesse chiesto: “Ma possiamo stare tranquille?”
Al Consiglio d’Istituto è andata anche peggio.
Una prof, che si lamenta quattro volte al giorno per il disordine e la mancanza di sicurezza, quando ha sentito che avrei obbligato i bidelli, pardon i collaboratori scolastici, a indossare un grembiule e il cartellino di riconoscimento anziché il completino da lap dance, ha sibilato tra i denti “Come a Guantanamo”.
La Presidente, in compenso, mi ha detto che voglio comandare sempre io; era molto arrabbiata e si era preparata un pacco di appunti per mettermi in riga con vibranti parole.
Le ho fatto una lezione di 45 secondi sugli organi collegiali e lei ha assunto un bel colore rosso cardinale, attaccando l’ordine del giorno e dichiarandosi all’oscuro di un fatto.
Le ho esibito 10 fotocopie di una sua mail di un mese fa.
“Cosa ? l’ho scritta io? Mio Dio che anamnesi!”
Per ora abbiamo fatto la pace, adesso spero che smetta di aiutare il figlio a fare i compiti altrimenti rimane in quarta altri tre anni.
Nel Bronx, grazie a Dio, va tutto bene. Gli insegnanti più giovani si stanno abituando a prendere le cose con lo spirito giusto: uno, proprio ieri, mi ha promesso che non sverrà più trovando nelle mani di una soave fanciulla molto nervosa un coltello da cucina; mentre un suo collega, dopo avere riflettuto sul fatto che le note disciplinari debbano essere chiare e inequivocabili, ha corretto l’ultima della giornata (Tizio viene allontanato dall’aula perché disturba la lezione) aggiungendo un po’ di traverso, quasi fuori dal margine, le parole simulando un orgasmo.
Il Dirigente … “dimezzato”
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