Tempo scuola e maestro unico
Contributo di Sergio Gilioli - (Download documento)
Sul tema, proposto da Massimo Spinelli alla riflessione professionale della gente di scuola, credo possa risultare di qualche utilità il punto di vista di uno tra i tanti che scelse di battersi e di lavorare in scuole a Tempo Pieno fin dal 1971, anno in cui lo stesso qui scrivente esordiva con entusiasmo neofitale nel ruolo della docenza, e la L.820 introduceva tale modalità di lavoro nella scuola elementare.
Appunto: il TP non meritava di essere portato all'agonia a soli 37 anni di vita; la gente non capisce e trova illogico che oggi, con un atto d'imperio sbrigativo e solitario, venga rimpiazzato dal modello “inflessibile” di cent’anni or sono, quello delle 24 ore settimanali col maestro unico, già scarsamente adeguato perfino ai limitati bisogni della società preindustriale di allora. Perciò fa bene Spinelli a richiamare tutti sul metodo: confronto costruttivo e non scontro, ragionamenti e non imposizioni pregiudiziali.
Va messo in chiaro subito che la ragione di fondo del TP fu e rimane la lotta contro la mortalità scolastica.
L’analisi dei ‘bisogni cui dare risposta’ non può scordare quel “modello inflessibile“, paludoso e malsano - maestro unico e 24 ore - che, in analogia con l‘assurdo ospedale della nota metafora di don Milani, “cacciava i malati e curava i sani“.
Certo, “non si produce automaticamente maggiore efficacia formativa con maggior tempo scuola”.
Quanto TP…pieno di tempo perso, aihme! Il TP esige rigore metodologico, audacia nello sperimentare, flessibilità professionale, sensibilità educativa duttile e creativa, capacita relazionale profonda… tutte qualità incompatibili con le vagonate di sedicenti professionisti della docenza pubblica e DOA immessi in ruolo ‘ope legis’, a ondate successive, senza prudenza e senza concorso .
Ma oggi finalmente è tutto diverso: i docenti giovani vengono formati dall’università con solide fondazioni nelle scienze dell’educazione.
Loro sì, possono lanciare la sfida della ‘scuola su misura’ per prevenire il disagio e la dispersione dei ragazzi meno fortunati; possono vincere la sfida della diversità, delle intelligenze plurime, del pluricodice, del multicultuale. A patto che si conceda ai loro ragazzi e a loro stessi il tempo necessario, flessibile e misurato sui bisogni formativi di ciascuno, e non li si cacci soli nella palude insalubre delle 24 ore ‘inflessibili‘ e uguali per tutti gli alunni. Il che non deve voler dire ‘tempo pieno per tutti’, ma “più tempo a chi ha bisogno di più tempo”.
La compresenza degli insegnanti rende assai più efficaci gli apprendimenti.
Può essere che la qualità e l’efficacia dell’azione formativa non dipenda dalla quantità del tempo ad essa dedicato.
Chi decide sull’efficacia dei risultati della formazione è la qualità dei tempi ad essa dedicati.
Accade ogni giorno, di fronte alle verifiche della nostra classe di pensare: “Potessi prendere questi 4 ragazzi un paio d‘ore per conto loro!”
Un po’ di tempo aggiuntivo la settimana (cioè appunto di compresenza) da offrire alle intelligenze diverse, che funzionano con schemi altri, o da dedicare al recupero dei debiti apprenditivi per garantire a tutti le competenze ritenute essenziali, conferisce qualità all’azione formativa ed agli sforzi di apprendimento dei ragazzi.
Ritrovo questa stessa sicura convinzione in ogni pronunciamento proveniente dalla docenza militante, la quale per esporre le ragioni di un modello di tempo scuola improntato alla didattica ’attiva, partecipata, orientata all’inclusione e alla integrazione’ ha cercato faticosamente il confronto; e con un certo successo, visto che il modello inizialmente “inflessibile” delle 24 ore, oggi è diventato solo una fra le varie possibilità di scelta delle famiglie.
Permane il divieto perentorio di contemporaneità o compresenza, ma alla fine il buon senso dei nostri decisori politici credo che prevarrà sulle posizioni pregiudiziali, concedendo per esempio una percentuale minima del 10% di risorsa di docenza aggiuntiva rispetto al tempo scuola adottato dalle famiglie, quale che sia, e riconoscendone agli Istituti autonomi la gestione responsabile e ’commisurata’ alle differenti necessità di ciascun contesto. Se ciò non accadesse sarebbe confermato che “il governo ha bisogno di soldi” – e si capisce coi tempi che corrono!... – E nella scuola ha deciso di spillarli dalle tasche dei più deboli, cioè di togliere risorse proprio ai ragazzi che chiedono compresenza per prevenire la dispersione, l’abbandono, il fallimento scolastico – e di questo non si capirebbe proprio la ragione o la perversità del progetto politico.
L’ossimoro organizzativo “scuola a tempo lungo e a settimana corta” è una contraddizione - concordo con Massimo - che spinge a rovesciare nella scuola l’ordine delle priorità e a imporre la prevalenza delle esigenze accessorie di accudimento, di mensa e di badantato dei ragazzi sopra e prima della missione professionale delle competenze chiave per la realizzazione personale, per l’inclusione sociale, per l’esercizio della sovranità democratica, nella prospettiva dell’apprendimento permanente. Ma questo è un altro discorso, sul quale appena avrò tempo mi piacerebbe intervenire.
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